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Montevarchi (foto di Fatabugiarda) Venerdì 21 Marzo 2008  10:20
MONTEVARCHI TRA ANNIBALE, GLI UFO E I PRURITI DI FOSCOLO
MONTEVARCHI TRA ANNIBALE, GLI UFO E I PRURITI DI FOSCOLO


L'ultimo articolo della serie storica di Giorgio Monteforti, stavolta interamente dedicato a Montevarchi.

Sopra molti nomi convien trascorrere, perché mal gradita giungerebbe ai lettori una lunga sequela di feroci signori, cui fu diritto la forza, e che si fecero strumenti di usurpazioni e di servaggio, come Bindo, Albertaccio e Bindaccio, che nel nome stesso rivelan lor fama, e un altro Albertaccio [da Ricasoli], che di audacia e di prepotenza ebbe vanto su gli altri.

Narrano di esso, che cupido di ricchezze al pari che di sangue, attirando i giovani più ricchi della Toscana nei suoi castelli, li forzava con minaccia di ucciderli a sposare le sue figlie, donne al pari di lui altere ed orgogliose.

Guido Guerra de' conti Guidi, signore di Moncione, ricercato a torne una, essendo amante riamato di Caterina de' Pitti, fieramente rispose che volea tor donna per ammogliarsi e non per maritarsi, e si affrettò a stringere il nodo desiderato. Albertaccio dichiaratosi offeso per il rifiuto, e più perché avesse sposata la Pitti, lo assali' a tradimento e Io uccise presso Montevarchi nel 1421, e quindi occupò la sua signoria di Moncione. La infelice consorte, vinta dal dolore, lo segui' poco dopo nel sepolcro.

I romanzieri studiano spesso ad inventare figure strane e feroci per galvanizzare la nostra apatia, e noi per onore della umanità li consideriamo come parti di menti malate; ma disgraziatamente la storia presenta in uomini, come Albertaccio, eroi viventi sì mostruosi da disgradarne i fantastici. Parola della Deputazione toscana di storia patria. Cominciamo bene.

“Montevarchi e' il capoluogo della Val d'Arno di Sopra ed e' spesso usata dai vetturini delle diligenze come tappa per dormire. Ma La Locanda Maggiore, fuori da Porta Fiorentina, e' un posto appena tollerabile. A Montevarchi ha sede l' Accademia Valdarnese il cui museo ospita una ricca collezione di fossili che merita una visita da parte del viaggiatore che si interessa di scienza.

Ma gli italiani, che ignorano la storia naturale, sostengono che per questa via sia passato Annibale e dunque ritengono che quelle ossa siano i resti degli elefanti cartaginesi”. Ah, proprio una bella figura di fronte a Octavian Blewitt autore del bestseller Manuale per i Viaggiatori in Italia centrale, uno dei libri piu' venduti e piu' volte ristampati dell' '800.

D' altra parte “s' io non avessi la certezza che domani - tutto domani - t' avrò vicina e starò solo, tutto solo, con te, io non sopporterei con tanta rassegnazione l' infiammazione che mi arde tutto dentro e fuori. [...] Non so, poveretta mia, se tu mi farai dimani più da ospite che da infermiera; ma s' io starò anche morente vicino a te non sentirò, né il dolore, né il languore dell' infermità. Or addio Quirina mia; vado a letto. Ardo tutto, e appena ho respiro; ma sinché ne avrò, sarà tutto tuo”. Firmato: Ugo Foscolo, Novembre 1812.

La Quirina della lettera, quella che rende il romantico poeta tutto un bollore, altri non e' che Quirina Mocenni sposata Magiotti. Quirina era originaria di Siena, classe 1781, di buona famiglia ed educata al Conservatorio di Santa Maria Maddalena, un ex convento senese trasformato dal granduca Pietro Leopoldo in collegio femminile. Ma giovanissima, nel 1801, era stata costretta a sposare il montevarchino Ferdinando Magiotti, pronipote del matematico galileiano Raffaello Magiotti.

A proposito del marito di Qurina, Francesco Silvio Orlandini (editore di Foscolo) preferisce usare un eufemismo “il Maggiore Camillo Magiotti, discendente di una famiglia che si pregia di aver avuto fra i suoi membri uno de' più caldi e stimati amici del Galileo, infelice per l' unico figlio a cui la Natura aveva negato il sacro lume dell' intelletto, amoroso padre volle affidarlo alle cure di una compagna, che dopo la morte del genitore lo custodisse con pari affetto, e ne temperasse la sventura, almeno col mantenergli quegli agi, cui il largo censo consentiva” ma Silvio Pellico va piu' direttamente al sodo “[Ferdinando Magiotti era] un povero infelice, scemo dalla nascita, ma ricco”.

La coppia ufficialmente abitava a Firenze dove Quirina teneva pure un salotto abbastanza rinomato ma i possedimenti dei Magiotti, soprattutto quelli terrieri, erano nel contado, a Montevarchi, e quindi Quirina passava tutta la bella stagione in Valdarno per curare gli interessi di famiglia in particolare nel periodo dei raccolti e della vendemmia.
Una vita affettivamente disastrata la sua ma compensata dai quattrini del marito che le facevano fare la signora fiorentina in inverno e la padrona montevarchina in estate.

Almeno finche' nell' autunno del 1812, il conte Leopoldo Cicognara non le presento' Ugo Foscolo. Ovviamente per lei fu subito amore visto che dopo 13 anni di matrimonio con un vegetale finalmente si trovava davanti ad un uomo, un poeta e per di piu' bello e maledetto che la riempiva di attenzioni e la faceva sentire veramente donna.

La questione pero' e' un' altra. Come mai Foscolo, che aveva avuto tra le piu' belle, ricche e colte donne dell' epoca e continuava ad averne, tutto d' un tratto aveva deciso di intrecciare una relazione con una donna tutto sommato di provincia, non troppo acculturata, non piu' giovanissima e neanche tanto bella?

“Mia cara amica, Ecco ciò ch' io ti voleva dire jer sera, se fossi restato solo con te. - Io non ho preso dal B*** il danaro ch' io doveva pigliare a' primi di marzo, sì per risparmiare una mezza dozzina di zecchini di frutti. sì perch' io credeva che non n' avrei più bisogno. Ma da tre ordinarj non ricevo lettere: alle dieci era già stamattina venuto il Corriere d' Italia, e non vedo novelle né cambiali da Milano, né da Venezia. Prevedendo questo accidente, ho scritto a *** perché venga oggi; e verrà fra mezz' ora: ma egli non vorrà forse recedere dal dodici per cento, al qual prezzo mi offrì più volte danaro, ovver cambiali. Se dunque tu puoi darmi 80 zecchini, parte de' quali dovrò pagare il dì 15, io te ne sarò grato: ma non li prenderò che a questi due patti, e ricordati ch' io soglio essere irremovibile: primamente tu piglierai una cambiale pagabile in sei mesi; in secondo luogo io ti darò il cinque per cento. Senza queste due condizioni, io sarò obbligato a dipendere dal B*** o da ***. col quale contralterò definitivamente a norma della tua risposta.

Addio in fretta, perché ho qui innanzi a me gente d' ogni tribù. Al tocco o poco più tardi ti vedrò Addio addio”. Ecco perche'. Altro che amore! Foscolo, come il suo amico Cicognara dal resto, era assediato dagli strozzini e cercava una pollastra ricca e sprovveduta da spennare: la povera Quirina faceva appunto al caso suo. La signora Magiotti ci casco' in pieno e gli sgancio' pure la grana. Poi guarda caso, subito dopo, a Foscolo gli si calmarono tutti i calori durati, in tutto, si' e no una quindicina di giorni.

“La signora permetterà ch' io stasera non passi le mura della città [Foscolo abitava a Bellosgrado fuori Firenze n.d.r.] per tre ragioni. Oggi, non so per che colpa, sono malato, non tanto da stare a letto, ma tanto da non sapere come trarre il respiro; [...] 2. domani parte la posta, ed io ho da scrivere molte lettere che mi premono assai. 3. la signora mi ha espressamente ordinato che quando io mi sentissi male, non venissi a Firenze; e oggi più che mai sono obbligato ad obbedirla, perché, invece di tenerle compagnia, la obbligherei senza ch' io volessi, a far da infermiera.”

E il giorno dopo “Io, Quirina mia, a dirti la santa verità, sto peggio d' jeri; e (rara cosa in mia vita) ho passata l' intera notte senza mai chiudere occhio. Appena sull' alba ebbi certi sopori; ma mi sento affannato, debole, e mi viene quasi in capo che ciò possa derivare dal mio lungo star seduto”. Ma vah la! E poco dopo, nell' estate del 1813, quando lei era a Montevarchi, Foscolo alla chetichella abbandono' Firenze senza salutarla e senza averle restituito neanche un centesimo. D' altronde “se fino ad ora non ho potuto soddisfare a' miei debiti, ascrivilo allo stato d' infiammazione in cui vive questo paese”.
Certo, come no.

Quirina non rivide ne' lui ne' i soldi. Anzi, lui aspetto' di tornare a Firenze fino al periodo della vendemmia, quando lei sicuramente sarebbe stata a Montevarchi, e le scrisse anche “la sera adesso precipita e sono tornato in città [...] e la marchesa avrebbe detto che io voleva dormire se non con lei, almeno da lei”. Insomma sarebbe andato a letto con (o da) un' altra, piu' nobile, piu' giovane, piu' bella.

Umiliata, offesa, abbandonata Quirina ritorno' al “severo incarico da lei assunto, di guidatrice della famiglia, di amministratrice delle sostanze del Consorte. E siccome queste per non piccola parte consistevano in beni di suolo, cosi per parecchi mesi dell' anno ritraevasi in villa, affine di vigilare le campestri faccende, a cui seppe pur vacare con sì intelligente solerzia che li aumentò, e di alcuni perfezionamenti agrarj indotti pe suoi auspicj nella cultura di quei fondi rustici fu favellato con lode dal Giornale Agrario Toscano” (Orlandini, 1856).

E non e' finita qui. I nipoti di Quirina, riconoscenti alla zia per i tanti denari montevarchini che lascio' loro in eredita' (perche' ovviamente non ebbe figli), alla morte di lei nel 1847 senza tanti complimenti vendettero a vari editori le compromettenti lettere foscoliane consegnandola definitvamente alla storia come una “stupida zoccola”.

Meglio allora ricordarla con Gino Capponi: “nessuna donna comprese e amò Foscolo più della Quirina Magiotti; dimenticata spesso da lui, non si mostrò e forse non si sentì offesa, giacché il suo affetto era sì puro e sì alto da non poter esser turbato o scemato per femminili dispetti o rancori. Amò senza pretese, senza esigenze; tollerante, mite; non mai rampognatrice e aspreggiatrice, soccorse al poeta nelle sue strettezze, or palese, or nascosta, delicata sempre. Amò, strano e sublime a dirsi, senza chiedere e pretendere amore; amò confidente d' altri amori del poeta; amò serena, costante, infaticabile nel temperare all' uomo amato le noie e i dolori della vita”.

Beh, almeno The Edinburgh Philosophical Journal scriveva “il 2 gennaio 1825, intorno alle 5 del mattino, il signor Antonio Brucalassi, tornando da Arezzo, e' stato testimone tra San Giovanni e Montevarchi di un singolare fenomeno elettrico. A una distanza di circa cento passi e ad una altezza di dieci fathom [1 fathom = 1829 mt n.d.r.] gli e' apparsa all' improvviso una meteora luminosa a forma di tronco di cono.

Questa meteora sembrava avere un globo di fuoco nella parte posteriore, la piu' stretta, che lasciava una traccia di luce. La luce diventava gradualmente meno intensa alla base e sembrava diffondersi in raggi in direzione dell' altra estremita'. Tutta la superficie del cono era illuminata e irradiava scintille di grande brillantezza. Parevano scintille elettriche ma l' effetto era piuttosto quello che fa un filo di ferro quando e' esposto alla fiamma di una candela.

La lunghezza della meteora era di due fathom e il diametro alla base mezzo fathom. Al centro di questa base si notava una totale assenza di luce che formava come un buco nero. L' oggetto si muoveva da ovest a est in direzione orizzontale ma leggermente inclinata verso terra. Viaggiava rapidamente tanto che in meno di cinque secondi era in grado di coprire una distanza di 350 passi. La luce che emetteva era cosi' potente che illuminava a giorno lo spazio circostante. Le emanazioni di questo corpo luminoso si perdevano nell' aria invece che disperdersi a terra e non lasciava odori, ne' produceva esplosioni o faceva rumori di nessun tipo nemmeno gli scoppiettii tipici dei fuochi d' artificio. La notte in cui questo fenomeno e' accaduto era serena ma molto fredda e il cielo terso. Un gran numero di stelle cadenti era stato visto prima dell' apparizione della meteora”.

Preludio forse alle elezioni del 1867 dove nel collegio di Montevarchi parecchi elettori “facevano soltanto vista di scrivere le schede di proprio pugno, ma non facevano che piegare quella che avevano ricevuta e cavar fuori l' altra che avevano portata seco” mentre un tizio (l' UFO?) “agente della nobile casa Corsini” che non era elettore di quel seggio provvedeva “a scrivere le schede di quegli elettori che essendo suoi coloni da lui dipendevano”.

Fantastico. Ricordatevene quando vi troverete davanti al cartello “Benvenuti a Montevarchi”. Benvenuti a chi?

Giorgio Monteforti

Venerdì 21 Marzo 2008  10:20


Nella foto: Montevarchi (foto di Fatabugiarda)


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