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LA STATUA DI COSTANZO CIANO NELL'ISOLA DI SANTO STEFANO
LA STATUA DI COSTANZO CIANO NELL'ISOLA DI SANTO STEFANO


Di Gerardo Picardo (da IGN di Adn Kronos 26.10.06) "È simbolo di tutti i naviganti" L'opera, commissionata dal Duce per il mausoleo di Livorno, è rimasta sul piazzale dal 1943.

La Maddalena (Ss), 26 ott – (Ign) - Una statua incompiuta scolpita nel granito. E’ quella di Costanzo Ciano, che è rimasta sull'isola di Santo Stefano, nell'arcipelago della Maddalena, in Sardegna, nelle cave di granito di Villamarina. Per volere del fascismo, il monumento al comandante livornese, alto ben 13 metri, avrebbe dovuto rendere più solenne il mausoleo eretto nella sua città di origine, sulle colline di Monte Burrone. Ma dal 1943 il busto del consuocero del Duce, ben lavorato dagli scalpellini isolani, è sistemato sul piazzale di cava. Il capo è ricoperto dal ‘nordovest’ tipico dei naviganti. Qua e là lo circondano i pezzi rovesciati di un corpo che non si sa se verrà mai ultimato.

Ma a chi appartiene oggi l’opera? ‘’E’ della mia famiglia’’ dice Pasqualino Serra, proprietario della Cava, a Ign, testata on line del Gruppo Adnkronos. ‘’E’ rimasta lì – spiega - non pagata. Nel 1946-47 ci fu un concordato con il Comitato di Livorno: i materiali che era già partiti per Livorno sono stati pagati, mentre ciò che è rimasto alla cava, chiusa dal ’66, non è stato saldato’’. E così Serra, che è stato sindaco di La Maddalena dal ’93 al ’97 rimarca: ‘’La statua sta dove è nata, dal 25 luglio del ’43. Il giorno dopo, il 26 – racconta – arrivò a mio padre (allora proprietario della cava dell’isola di Santo Stefano, ndr) il telegramma da parte del comitato committente del monumento che ordinava di sospendere la lavorazione’’.

‘’Oggi – aggiunge – ci sono turisti che fanno le foto. Ma sto pensando a una collocazione del monumento - che va ultimato - su un picco dell’isola, in modo che possa essere visibile ai naviganti’’. E, taglia corto: ‘’La statua però non deve rappresentare più Ciano, ma tutti i gloriosi nocchieri isolani della marina sarda''.

Quanto al progetto originario, ricorda Serra, ‘’per dimensione sarebbe stato il secondo complesso monumentale d’Italia, dopo l’altare della Patria. L’opera progettata da Arturo Dazzi, lo scultore più famoso dell’epoca, sarebbe stata collocata sul Mas stilizzato, mentre alla spalle era previsto un faro a forma di fascio littorio’’. ‘’Quando venne Dazzi – tiene a precisare Serra – prima di iniziare i lavori volle vedere il punto di cava dal quale sarebbe stato tratto il granito. Si innamorò del posto tanto da esclamare: ‘Chiamiamo questo posto Velamarina, non Villamarina’’. Poi l’artista, conquistato dai venti isolani, aggiunse: ‘’Ciano lo faccio con il ‘Nordovest’ perché la statua deve ricordare i naviganti. Io credo che lo scultore volesse già lanciare la statua oltre il fascismo. D’altra parte Dazzi era un poeta…’’.

Serra spiega anche di ‘’non aver alcun rapporto oggi con gli eredi di Ciano’’, confessando invece che ‘’quando Spadolini fu ministro della Difesa, il Comitato ‘Livorno Nostra’ mi aveva chiesto di donare la statua perché fosse collocata all’interno dell’accademia navale. Feci notare loro – aggiunge l’ex sindaco di La Maddalena – che si trattava della statua di un grande gerarca fascista e mi risposero che il ministro era d’accordo a collocarla nel piazzale dell’accademia. Il problema a quel punto era mio: replicai secco che non avevo alcuna intenzione di regalare loro la statua. Avevo già subito l’esproprio di importanti terreni da parte della marina per la base americana di Santo Stefano. E non mi era ancora passata...’’.

Le testimonianze fotografiche della lavorazione del colosso di Ciano, così come tutti i documenti cartacei relativi all’opera ‘’sono andati distrutti in un’azione vandalica di cui è stato oggetto l’ufficio della cava negli anni ’67-68. Hanno portato via tutti i ricordi, ma non lo spirito che si respirava allora tra gli scalpellini dell’isola’’. E infatti Serra – che all’epoca del monumento a Ciano aveva 15 anni – ricorda: ‘’Sotto il profilo emotivo, per tutti noi, comprese le maestranze e i maestri scalpellini, l’opera era un vero e proprio avvenimento. Ma in fondo era sproporzionata rispetto al personaggio, che a Livorno chiamavano ‘ganascia’ anche perché era di buon appetito’’.

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