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SOLZHENITSYN: UN PROFETA
SOLZHENITSYN: UN PROFETA


MOSCA. Mancano pochi giorni alla fine del 2018, l’anno dei centenari. Un secolo fa finiva il massacro della Prima Guerra Mondiale che concluse la secolare storia degli imperi europei, inaugurò l’egemonia americana e il tramonto dell’Europa. Nello stesso anno terminò nel sangue la vicenda umana della monarchia zarista, con l’uccisione dello zar Nicola II Romanov e dei suoi familiari a Ekaterinenburg e si consolidò la rivoluzione bolscevica in Russia. Nel 1918 veniva alla luce a Kislovodsk, cittadina della Russia europea meridionale alle pendici del Caucaso, Aleksandr Solzhenitsyn, il grande scrittore premio Nobel, autore di Arcipelago Gulag, drammatica opera di denuncia della repressione nel sistema comunista sovietico.

In questo tempo immemore, l’Italia ufficiale ha pressoché cancellato la memoria dei tre anni e mezzo di guerra di trincea, la disfatta di Caporetto dell’autunno 1917 e la successiva vittoria del novembre 1918. Poco ricordata è anche la gigantesca figura di Solzhenitsyn, testimone della storia, potente scrittore e autentico profeta della verità. Le università milanesi, Cattolica e Statale, hanno meritoriamente dedicato al grande uomo di cultura due convegni di studio nel novembre scorso, nel decennale della morte, avvenuta a Mosca, dove era tornato dopo la “riabilitazione” nel 1994. Il grande storico francese François Furet disse, in occasione della pubblicazione di Arcipelago Gulag, che il mondo non sarebbe stato più lo stesso: avremmo vissuto un prima e un dopo Solzhenitsyn.

Ci piace ricordare una frase tratta da Una giornata di Ivan Denisovic, il suo primo importante racconto dell’universo concentrazionario sovietico. Un detenuto si rivolge così a un pezzo grosso del partito: ad un uomo a cui avete tolto tutto, non potete togliere più niente: è di nuovo libero. Letteratura e verità. È impossibile separare i due elementi nell’opera e nella biografia del grande russo, maestro di intensa spiritualità, intransigente anticomunista ma altrettanto fermo oppositore della deriva relativistica del liberalismo occidentale, che attaccò nel famoso discorso all’università di Harvard del giugno 1974, dopo quattro anni vissuti tra i monti del Vermont, a pochi mesi dalla travagliata uscita in Francia di Arcipelago Gulag.

Oltre l’inferno comunista, al di là della descrizione dei Gulag, la straordinaria lezione di Solzhenitsyn resta quella di un profeta che si è addentrato nelle più assolute profondità ed è uscito dal ventre del mostro per testimoniare la dignità dell’essere umano unitamente alla difficoltà di custodirla. Riuscì a fondersi, attraverso la scrittura, con l’anima profonda del suo popolo, ed è nella sua ampia letteratura che ne comprendiamo l’elevata statura di profeta di verità, più che mai necessario nel nostro secolo che ha dimenticato Dio. Solzhenitsyn è stato l’ultimo vero grande del secolo passato. Al di là di Arcipelago Gulag, Solzhenitsyn teneva particolarmente alla sua ultima, monumentale opera, la tetralogia intitolata La ruota rossa, migliaia di pagine di riflessione storica, filosofica e morale in forma di romanzo sugli eventi che, dall’inizio della Prima Guerra Mondiale portarono alla rivoluzione bolscevica. Il primo volume, Agosto 1914, pubblicato nel 1972, dallo stile nervoso, quasi cinematografico, visivo e documentale, contiene un passo assai significativo dell’universo morale dello scrittore. Un giovane intenzionato a presentarsi volontario per la guerra contro la Germania raggiunge Jasnaia Poliana, la residenza di Lev Tolstoj. Il suo desiderio è chiedere al grande romanziere quale sia il fine dell’uomo sulla terra. La risposta è netta: “Servire il bene. E solo così creare il regno di Dio in terra”. Con l’ amore? insiste il ragazzo. Sì, solo con l’amore, conferma il vecchio.

Anni dopo, nelle sue Memorie, Solzhenitsyn rivelò di avere spedito un manoscritto microfilmato di Agosto 1914 alla figlia di Tolstoj, Alexandra, negli Stati Uniti, nascosto nel dorso di un libro. Non conosceva nessuno in Occidente, ma era certo che la figlia dell’autore di Guerra e Pace e Anna Karenina lo avrebbe aiutato. Il filo della continuità spezzata del popolo russo, la sua antica energia morale diffusa dai suoi grandi figli, emerge da questo episodio come nel commovente racconto di intima spiritualità La casa di Matriona. L’io narrante, Ignatic, insegnante di matematica (lo stesso Solzhenitsyn era laureato in matematica) fa ritorno in Russia nel fatidico 1953, anno della morte di Stalin e anche della liberazione dello scrittore dopo otto anni di prigionia, va a vivere nella povera isba di una vecchia sola, Matriona, un po’ strana, di reputazione dubbia, ma buona e religiosa, la personificazione della Russia eterna e santa. Alla sua morte, tutto cambia e l’ultima riflessione con cui si chiude il libro è un grido d’amore e di rimpianto: “le eravamo vissuti tutti accanto e non avevamo compreso che lei era il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Né la città; né tutta la terra nostra”.

Profeta è colui che conosce e svela la verità in anticipo. Solzhenitsyn fu un testimone di verità con tutta la sua esistenza, le scelte difficili, la schiena mai piegata dinanzi al Male. Dopo l’esilio, con altrettanta intransigenza fu profeta inascoltato della decadenza dell’Occidente, il mondo orgoglioso ma in frantumi che l’aveva accolto senza capirlo, preso dalle idee alla moda, dalla negazione di Dio, dalla futile “tendenza a prosternarsi davanti all’uomo e ai suoi bisogni materiali”, immerso nella dittatura dell’individuo in un clima di ingiustificata euforia al quale dedicò una riflessione fulminante: tanta allegria, e perché poi?

Solzhenitsyn fu anche uno straordinario profeta della volontà. Trascorse anni con l’idea fissa di scrivere, senza riposo, in ogni luogo possibile, durante le marce, nel campo di prigionia, ai lavori forzati, memorizzando tutto e bruciando qualunque traccia di scrittura per sottrarla agli aguzzini. Bisogna immaginare quest’uomo che scrive nelle condizioni più estreme e con i mezzi che riusciva a procurarsi, per dare testimonianza dell’inferno che stava vivendo. Da questo impegno nacquero Una giornata di Ivan Denisovic, di cui Kruscev, successore di Stalin, dopo mille esitazioni consentì la pubblicazione e poi il monumentale Arcipelago Gulag, una vera e propria bomba contro il regime comunista. La parola stessa, Gulag, acronimo per Direzione principale dei campi di lavoro correttivi, entrò nel vocabolario comune. Nell’affresco de La ruota rossa restano memorabili il monologo di Lenin in Aprile 17, preceduto dal ritratto del capo rivoluzionario, mentre la figura di Stalin è descritta in modo indimenticabile nel romanzo Il primo cerchio. L’amore di Solzhenitsyn per la Patria fu straordinario. Non volle andare a Stoccolma per ritirare il premio Nobel, nel 1970, per il timore di non poter rientrare. Una delle riflessioni più importanti della sua opera fu l’analisi dello straordinario alone positivo di cui era circondato il comunismo in Occidente nonostante l’evidenza. La sua conclusione è illuminante: uguali sono le radici profonde dell’umanesimo secolare e del comunismo, identico il materialismo, parallela la carica irreligiosa e la pretesa di costruire il paradiso in terra.

La storia di Arcipelago Gulag è essa stessa un romanzo. L’autore ci lavorò per almeno cinque anni durante giornate interminabili, richiamando alla memoria quanto annotato negli anni di prigionia, nascondendo il materiale sempre in posti diversi, come diversi furono i luoghi dove scrisse. Nelle sue memorie rivela: “devo chiarire che le diverse parti del libro non sono mai state sul medesimo scrittoio nello stesso tempo”. Duramente provato dalla repressione, fu al punto di abbandonare l’impresa, ma i documenti che gli pervenivano clandestinamente da altri oppositori lo persuasero a resistere. Arcipelago Gulag è in effetti la testimonianza individuale e collettiva di ben duecentoventisette prigionieri, gli zeks nel linguaggio carcerario.

Alla fine, il libro fu pubblicato a Parigi alla fine del 1972, seguito in Patria da una lettera aperta ai dirigenti sovietici in cui Solzhenitsyn invitava il regime ad abbandonare l’ideologia marxista leninista. Lo scandalo fu immenso, lo scrittore fu arrestato alla Lubianka e poi deportato in Germania con la famiglia. Un nobile contributo di verità fu la sua convinzione che in ogni angolo del mondo l’uomo un giorno può vedersi ridotto alla perdita della coscienza e alla completa sottomissione. È solo per caso, talvolta, se si è vittime e non carnefici, e questo è uno dei temi dei tre intensi saggi dal titolo Rivoluzione e menzogna, in cui il grande profeta della verità, il dissidente “spirituale” attinse straordinarie vette morali. Vivere senza menzogna, il primo dei tre, uscì lo stesso giorno della sua espulsione dall’URSS. Per combattere il totalitarismo, l’unica arma vincente è la verità. E se non si è capaci di dire il vero per timore del carcere e delle conseguenze, aggiunge, si deve quanto meno evitare che dalle nostre labbra escano menzogne.

Si tratta di una delle massime apologie della verità dell’intera letteratura. I dirigenti totalitari esigono che ci incorporiamo al loro mondo di falsità, sino a difendere con entusiasmo la bugia “ufficiale”. Temono un’unica cosa, che noi non lo facciamo, poiché “quando l’uomo volta le spalle alla menzogna, questa smette immediatamente di esistere”. La chiave della nostra liberazione è “il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna”. Agli uomini non animati dallo stesso suo coraggio rivolge una preghiera: “se non ci arrischiamo a dire quel che pensiamo, almeno non diciamo ciò che non pensiamo”. Nell’ultimo dei tre saggi, scritti in America all’inizio degli anni Ottanta, Due rivoluzioni, Solzhenitsyn cercò di stabilire similitudini e differenze tra due grandi eventi che hanno cambiato il mondo, la rivoluzione francese e quella russa. Entrambe ebbero un nucleo moderato, i girondini in Francia e il partito dei cadetti in Russia, e un gruppo terrorista, i giacobini e i bolscevichi. Tutte e due, a un certo momento, virarono a sinistra e finì per imporsi il terrore. In entrambe venne cambiato il calendario, si perseguitò la chiesa e si demonizzarono i cristiani. Soprattutto, la comune arma rivoluzionaria fu la pratica della falsità. Bugie tanto persistenti da rendere ciechi milioni di europei e di occidentali nel giudizio sull’ideologia marxista leninista. L’unica via attraverso la quale si può sfuggire alle pretese totalitarie è vivere senza mentire. Questa è la grande lezione di Solzhenitsyn, più potente e sofferta della testimonianza di un Orwell, adesso ancora più attuale dinanzi alla menzogna neoliberista e all’imposizione dello schema mentale autocensorio del politicamente corretto, totalitarismo light dell’occidente terminale. La grandezza di Arcipelago Gulag risiede altresì nell’aver reso evidente che la violenza repressiva era l’essenza del comunismo. Troppi inferni edifica l’uomo quando pretende di costruire paradisi ideologici. Una vittima innocente del libro fu Elizaveta Voronskaya, la dattilografa che copiò molte opere di Solzhenitsyn. Arrestata e torturata, crollò e rivelò dove era nascosta una copia del libro. Liberata, la poveretta si suicidò. Subito dopo, Solzhenitsyn diede via libera alla pubblicazione di Arcipelago Gulag in Occidente, il cui testo era avventurosamente pervenuto microfilmato in Svizzera.

Lo scandalo fu enorme in Russia, l’ira del Cremlino provocò una riunione straordinaria del Politburo del partito. La Pravda (che significa verità!), organo del regime, definì il libro calunnioso, frutto di una mente malata, pieno di “ciniche falsificazioni inventate per servire le forze della reazione imperialista”. Un perfetto esercizio di bispensiero orwelliano, la deliberata inversione della verità, una prova in più della natura disgustosa e totalitaria del comunismo. Accusato di tradimento, lo scrittore fu arrestato, privato della cittadinanza ed espulso. Non lo uccisero come sarebbe accaduto negli anni di Stalin per timore dello scandalo internazionale, ma il suo lavoro era compiuto, con l’enorme prezzo personale pagato sin dal 1945, anno del suo primo arresto, accusato di aver parlato male dei dirigenti del PCUS. Arcipelago Gulag fece scoprire al mondo, o almeno a chi ebbe occhi e dignità per vedere, non tanto i dettagli del sistema concentrazionario, non solo la sofferenza di milioni di esseri umani (secondo la storica Anne Applebaum passarono per i campi di prigionia diciotto milioni di persone dal 1921 agli anni 70) ma la sua ragione di essere, l’ideologia marxista leninista. Ci furono altre testimonianze, come quella di un libro collettivo degli anni 50, Il Dio che ha fallito, ma sempre l’autodifesa comunista fu di attribuire alla persona di Stalin le malefatte che al contrario iniziarono con Lenin ed erano la sostanza stessa del sistema. Morte e origine del terrore era l’ideologia, non un singolo dirigente malvagio e sanguinario, eppure non si riusciva a scalfire il prestigio del comunismo presso uomini di cultura e leader di opinione. Significativo fu un viaggio in Spagna di Solzhenitsyn nel 1976, l’anno successivo alla morte di Franco. Preso atto che nel paese si poteva leggere la stampa internazionale, risiedere ed emigrare liberamente, fotocopiare senza restrizioni ogni testo, lo stupore del russo a sentir paragonare la morente dittatura iberica all’Unione Sovietica suscitò attacchi violentissimi. Uno scrittore spagnolo, Juan Benet, comunista radical chic affermò: “finché ci saranno persone come Aleksandr Solzhenitsyn, i campi di concentramento esisteranno e devono sussistere. Magari dovrebbero essere sorvegliati meglio, affinché quelli come lui non ne possano uscire”. Fosca, rivoltante sincerità rossa. Se l’opera di Solzhenitsyn è gigantesca sul piano morale, profetica nella costante affermazione della verità, importante è anche la suggestione letteraria dei suoi scritti e racconti, tra i quali, oltre alla citata La casa di Matriona, va ricordato Padiglione Cancro, la storia di un gruppo di pazienti oncologici in un ospedale dell’Asia centrale. Parzialmente autobiografico, poiché Solzhenitsyn si ammalò davvero di tumore negli anni di prigionia, è un ritratto di chi si era adattato al regime o ne aveva beneficiato, un’esplorazione della responsabilità morale delle generazioni che non mossero un dito nei tempi delle “purghe”, degli assassini di massa e delle deportazioni. La figura di Solzhenitsyn non è mai stata amata in Occidente; anticomunista, credente cristiano, nemico del materialismo liberale, non gli fu perdonato, dopo Harvard, di essere stato profeta del nostro disfacimento morale.

La verità fa male, specie al fragile uomo del tramonto, spiritualmente già morto. “Se l’uomo fosse nato, come sostiene l’umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte”. La speranza di rinascimento spirituale ha un’unica via, “andare più in alto”. Parole indigeste per il materialismo consumista, fratello del collettivismo, simili a quelle di un altro grande esule russo, il filosofo Nikolay Berdjaev, secondo cui il senso dell’agire morale “non è ostacolare il movimento in alto o in avanti, ma nel contrastare il moto all’indietro e verso il basso, il buio caotico, il ritorno allo stato barbarico”. Parole che riguardano l’opposizione al comunismo tanto quanto la regressione neoliberale, consumista e transumana. Non si può rendere omaggio al grande profeta di verità che fu Aleksandr Solzhenitsyn senza unirlo nella memoria a un’altra limpida figura di intellettuale e uomo di fede russo, il matematico, filosofo della scienza e sacerdote ortodosso Pavel Florenskij, fucilato dal regime comunista nel 1937. Convertito al cristianesimo dopo la lettura della Confessione di Tolstoj, fu uno straordinario scienziato e pensatore, che ha lasciato testi come La colonna e il fondamento della verità e le lettere dalla prigionia dal titolo Non dimenticatemi. Testimone e profeta di verità quanto Solzhenitsyn, un suo brano è il suggello dell’orma che la migliore cultura russa del Novecento lascia a noi posteri incerti malati di nichilismo.

“Tutto passa, ma tutto rimane. Questa è la mia sensazione più profonda: che niente si perde completamente, niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche parte. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo”.

Da Ereticamente.net

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