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Vanni Santoni Domenica 10 Agosto 2008  21:04
GIOVANI, DROGA, VALDARNO... MA IL ROMANZO DI VANNI SANTONI PARLA DI ALTRO
GIOVANI, DROGA, VALDARNO... MA IL ROMANZO DI VANNI SANTONI PARLA DI ALTRO
di Nicola Secciani

Bello rincontrare Vanni Santoni, scrittore in ascesa, incrociato per i corridoi del liceo negli anni del Paride, del Mella e di Iacopo. Sono i personaggi del suo romanzo, edito da Feltrinelli e accompagnato dall’autore in un 'tour de force' di presentazioni, incontri e interviste, e accolto da un coro di apprezzamenti e recensioni positive.

Vanni Santoni è nato a Montevarchi, nel 1978, e già queste sono due buone basi di partenza per iniziare a parlare del suo romanzo: “Gli interessi in comune”, infatti, è ambientato in Valdarno, a cavallo tra gli anni ’90 e il nuovo millennio, dove un gruppo di adolescenti (e poi di tardo adolescenti) trascorre la propria esistenza, alle prese con le droghe, ma soprattutto con la vita.

Dal romanzo di Vanni esce fuori un affresco ironico, graffiante e commovente, oltre che di una “generazione di provincia”, della società che ne contiene le sorti. E nella società che li circonda, e nella difficoltà di darsi un senso, gli “psiconauti” di Vanni, emergono come dei “santi”.

Partiamo dall’inizio, da come hai cominciato a scrivere, dal tuo blog e dalla pubblicazione del tuo primo libro.
Ho cominciato a scrivere tardi, nel 2004: trovai in facoltà una copia della rivista “Il Mostro” e decisi di inviare, quasi per sfida e con una certa arroganza, un mio racconto. Mi invitarono a partecipare alle riunioni della rivista ed entrai così in contatto con delle persone meravigliose, per me molto importanti, che hanno costituito il primo nucleo di riflessione e confronto sulla mia scrittura.
Poi ho creato il blog “Personaggi precari” come un luogo per esercitarmi: avevo cominciato a buttare giù un romanzo, ma ancora mi mancavano gli strumenti tecnici per scrivere ed approcciarmi alla narrazione. Nel blog cominciarono ad arrivare commenti positivi e col tempo cominciò a definirsi una struttura stilistica, a diventare un progetto: i primi personaggi erano scritti piuttosto a casaccio, c’era dentro di tutto, passando per generi ed epoche diverse, ora invece i personaggi precari sono fortemente calati nella contemporaneità.
Il momento decisivo è stata una e-mail inviatami da un professore d’italiano di Bari: mi scrisse che avevo colto il fatto che il precariato è prima di tutto una condizione esistenziale, e poi anche lavorativa.
Il mio vero primo romanzo però l’ho scritto nel 2005: “Vassilji e la morte”, col quale vinsi un concorso nazionale per esordienti della casa editrice Vallecchi, che poi non pubblicò i vincitori nonostante gli impegni contrattuali.

I “Personaggi precari”, invece, nel 2006 dal tuo blog sono emigrati sulla carta stampata.
Esatto, in realtà non credo che il libro sia stato il culmine della maturazione del progetto, anzi lo considero appartenente ad una fase ancora piuttosto immatura. Personaggi precari vinse un concorso per il miglior testo tratto dal web, ed il momento della selezione dei personaggi fu il secondo step in cui il progetto ha preso una direzione stilistica e di contenuti definita.
Scelsi personaggi che inquadrassero fortemente un certo tipo di malinconia esistenziale, di assenza di senso e significato, di ricerca della verità nelle piccole cose in assenza di valori più grandi.
Superata la prima fase della selezione, “Personaggi precari” fu premiato dalla giuria ed è diventato un libro, che tra l’altro per essere uscito con una piccola casa editrice e senza pubblicità né recensioni su grandi giornali è andato anche molto bene.

Lo stile venuto fuori nei “Personaggi precari” mi pare che sia rimasto come tua matrice stilistica e impronta narrativa anche nel romanzo “ Gli interessi in comune”.
Senza dubbio, credo che ne “Gli interessi in comune” si riveda molto “Personaggi precari”, in maniera più evidente nei capitoli cuscinetto. “Gli interessi in comune” è incentrato su l’alternarsi dei momenti corali, in cui il gruppo sostanzialmente la ‘raccatta grossa’ da qualche parte e in qualche modo, nei quali però evolvono le storie dei personaggi, e i momenti dei singoli, che sono quasi sempre profondamente introspettivi.
Nei momenti di gruppo, volevo che non uscissero troppo fuori le personalità, non entro troppo nei pensieri dei personaggi e analizzo il comportamento del gruppo come organismo, piuttosto che quello dei singoli.
Invece nei capitoletti cuscinetto c’è il momento introspettivo del singolo, e questi sono molto modellati sui “personaggi precari”, così come la descrizione di molti personaggi comprimari. Quindi posso dire che i “personaggi precari” mi hanno permesso di trovare un mio registro descrittivo e narrativo.

Gli interessi in comune, quello che tiene insieme i gruppi d’amicizie adolescenziali, sono una presenza latente. Apparentemente il libro racconta le esperienze drogherecce di un gruppo di giovani valdarnesi, in realtà però apre ad una dimensione più profonda, nella quale gli interessi in comune sembrano piuttosto concretizzarsi in una, non certo comoda, condizione comune.
Sicuramente hai inquadrato una questione centrale, a proposito di questo aspetto una mia amica scrittrice ha dato una definizione che reputo eccezionale, scrivendo che i personaggi del mio libro stanno insieme per vizio d’affetto più che d’assuefazione.
La reputo un’interpretazione geniale perché inquadra il fatto che la loro dimensione interiore è molto complessa. Riempiono la loro vita, in una società nella quale non trovano poi molto per riempirla, con le droghe ma se non era quello sarebbe stato qualcos’altro, non necessariamente più importante.

Gli stupefacenti comunque sono un tema delicato.
Chi scrive un libro lo fa per scrivere una narrazione che sia divertente ed apprezzabile, poi se uno va a guardare nel profondo… io certamente il vizio del sociologo un po’ ce l’ho e se chi legge il mio romanzo è anche stimolato ad una riflessione oggettiva sull’argomento ritengo che sia un valore aggiunto, visto che si tratta di una questione sulla quale la disinformazione è dilagante, oppure l’informazione di taglio emotivo invece che scientifico la fa da padrone... però credo di aver scritto il libro perché stia molto di più sulla narrazione e la storia.
I momenti corali del romanzo sono sospesi in un vuoto apparente di senso, si descrive come vista dall’alto una situazione che può apparire come una ricerca di… distrazione, mi è piaciuto molto anche questo termine della distrazione che ha usato un giornalista de Il Mattino.
Io ho sempre odiato i sociologi della domenica, che purtroppo scrivono nei maggiori quotidiani, che parlano di uso di sostanze come di “fuga dalla realtà”. Poteva essere vero… che dire… per un eroinomane, nel 1979, magari dopo il fallimento di un percorso politico, ma nella contemporaneità questa è una vera e propria balla.
Il punto è che le sostanze sono diventate né più né meno che oggetti, beni di consumo come tutti gli altri, e come tali vengono utilizzati. Quindi un bene di consumo, in una società che è diventata iperconsumistica ha varie connotazioni: può essere un bene di distrazione, può essere una forma di automedicazione…
Per fare un esempio: uno studio canadese ha recentemente stabilito che la maggior parte della gente fuma canapa per rilassarsi. E’ la cosa più scontata del mondo, eppure a certi sociologi questo ha destato stupore, perché loro da anni cercano chissà quale malessere, e scoprire che la gente si fa una canna per poi guardarsi un film e andare a letto li lascia del tutto sgomenti.

Ecco, e perché hai scelto proprio le droghe come ‘tavola degli elementi’, il riferimento che tu stesso fai è al “Sistema periodico” di Primo Levi, per articolare vicende ed esistenze di un gruppo di adolescenti di provincia?
Certo perché ci sono tutti gli aspetti sociologici che abbiamo detto, e perché è più interessante che raccontare altre cose… ma non ho mai pensato al fatto che potesse avere più o meno presa ed efficacia sui lettori.
Il discorso in realtà è molto semplice: nel momento in cui ti metti a raccogliere un po’ di aneddoti e leggende di paese divertenti scopri che almeno il 90% sono legati al mondo delle droghe… In realtà il libro ha un’origine più antica, anch’io come tutti avevo un gruppo di amici del mare, ai quali la sera raccontavo, come una sorta di repertorio di tradizione orale, le storie del Pelle, del Torcia ecc… .
A forza di raccontarle, e visto il grande effetto comico che avevano su di noi, pensai che queste storie andassero raccolte, poi ho capito che il tema si prestava anche per un motivo letterario.
Credo che il tema delle sostanze, dai tempi della Beat Generation, della “Summer of love” e dall’avvento della psichedelica, abbia condizionato il cinema, la letteratura, l’arte. Il tema degli stati alterati di coscienza è diventato uno dei tanti topos della letteratura: il colpo più recente, per esempio, è stato Trainspotting.
Negli ultimi tempi, però, soprattutto in Italia, credo che il tema sia stato trattato male. Da un lato resistono mitizzazioni ridicole: se riesci a trovare uno che quando si mangia un cartone si sente un ribelle contro il sistema come nella San Francisco del 1964… beh… allora fammelo vedere perché deve essere davvero un tipo più unico che raro... questo genere di mitizzazione è falsa, questa visione ribellistica è fuori tempo massimo.
Dall’altro lato c’è una visione sociologicheggiante e moralistica, e poi ce n’è un’altra ancora più nefasta, che è quella della spettacolarizzazione dei giovani: il battere sul tasto di un ipotetico malessere in modo da spettacolarizzare, che è un po’ lo ‘stile Lucignolo’ e di molti altri magazine televisivi e che è ancora peggio del moralismo. Luci di discoteca ad effetto, un tizio che si fa una raglia, un gruppo di ragazzi visto da lontano per non farsi sfasciare la telecamera e tanto inutile allarmismo spettacolare.
Tutto questo è allucinate, mi sembrava che ci fosse un vizio di fondo, un’assenza di realtà nella descrizione, di quello che è comunque un fenomeno di massa. E poi, soprattutto, il tutto si prestava bene narrativamente, perché in fondo tutte queste leggende erano e sono divertenti, la ragione profonda per la quale mi sono messo a raccontarle è perché, almeno a me, queste storie facevano venire le lacrime agli occhi dalle risate.

Poi però, sotto alle risate e alle droghe c’è tutta una dimensione esistenziale molto più malinconica. Che esplode nella sensazione di aver consumato una giovinezza senza essere mai in realtà riusciti ad afferrarla. E questo è senz’altro un argomento trans-generazionale.
Guarda, spero assolutamente che il mio non sia un romanzo generazionale, o perlomeno che non venga considerato così. Sono consapevole di tale rischio, perché dal momento che scrivi di “ragazzi più droghe”, il rischio di essere visto come generazionale esiste.
Spero che il romanzo sia abbastanza universale e se mi dici che questa malinconia viene fuori così fortemente sono molto contento, perché è questa la cifra profonda del romanzo, del quale è una costante. Credo che questa sia una malinconia di tutti, cioè se uno non ce l’ha … sono preoccupato per lui.
Chiaramente è un qualcosa di molto profondo e per riuscire a descrivere bene certe cose bisogna essere artisti ben più grandiosi di me, però anche soltanto sfiorarla è qualcosa che non ha nulla a che fare col parlare di provincia, di droghe ecc… Insomma non voglio fare sparate da pseudoletterato ma al centro di tutto sta la condizione umana rispetto al tempo, rispetto alla transitività dei rapporti umani, delle situazioni e dei contesti, dove tutto ti sfugge sempre per un pelo, e neanche sei sicuro che sia davvero in certo modo.
E’ molto difficile in un mondo liquido dare il vero peso alle cose e quindi ti trovi a dire: quest’esperienza è stata la cosa più importante della mia vita oppure ho buttato via il mio tempo perché dovevo fare qualcos’altro? E questo qualcos’altro cos’è? E quand’è che ho perso tempo e qual è stato invece un momento importante?. E tali interrogativi sono assolutamente universali.

Tornando ad aspetti stilistico - narrativi. La lingua che usi nel romanzo è un italiano colto e articolato contaminato dal dialetto fiorentino-valdarnese. Oltre al vasto repertorio, in certi casi anche triviale, del linguaggio quotidiano nei dialoghi, anche la lingua del soggetto narrante si lascia contaminare da una serie di influenze e costruzioni verbali dialettali.
Ti ringrazio intanto di aver messo in luce questo aspetto perché il lavoro sul linguaggio è stato quello più duro. Ci sono state due fasi: i capitoli sono venuti giù molto facilmente, poi c’è stato un lavoro di cucitura, composizione e scelta dei personaggi, dato che all’inizio il gruppo dei ragazzi era diverso e alcuni personaggi sono stati cambiati.
E poi c’è stato il lavoro sul linguaggio, sul quale ho lavorato molto facendo varie decine di stesure. La scelta di un certo tipo di linguaggio è legata ai motivi che dicevamo prima: dal momento che si sta rischiando il giovanilismo, poiché si parla di giovani di oggi che fanno cose molto da giovani di oggi, tipo andare in discoteca e prendere pastiglie colorate con strani marchi sopra che li fanno essere tutti più amorevoli, se questi avessero parlato come dei personaggi televisivi sarebbe stato letale.
Il tema imponeva delle scelte precise, trattare il tema degli stupefacenti prevede anche tutto un suo gergo e un po’ di quel gergo lo devi usare per non perdere di realismo, dall’altro lato però c’è il rischio fortissimo di cadere nel linguaggio giovanilista e per questo ho scelto un linguaggio piuttosto retrò.
Molto deriva anche dalla mia formazione letteraria, a me piacciono molto Boccaccio, Iacopone da Todi… e sono un grosso fan a livello letterario anche di San Francesco, e la struttura del libro, come di tutto quello che scrivo, un po’ ne risente: a me piace la struttura a gironi, a giornate, a racconti, il portare avanti una narrazione unitaria attraverso degli episodi, che è una tradizione toscana molto antica, quindi, senza scomodare i grandi che ho citato, le radici stanno proprio da quelle parti.
Per quanto riguarda la lingua all’inizio il romanzo era tutto più toscaneggiante, ed anche il narratore era più dialettale rispetto alla versione definitiva, poi dopo un paio di riletture col direttore letterario della Feltrinelli è stato lui a propormi di ripulire la lingua del narratore per far uscire meglio quella dei personaggi. Ho pensato che avesse proprio ragione e ho reso ancora un po’ più colto, mantenendo l’impostazione retrò ma togliendo un po’ di dialettale, il linguaggio del narratore.
In questo modo quando ci sono delle parti dialettali esse risaltano meglio e sono più efficaci. Per esempio, penso che una di quelle più riuscite sia la scena dei genitori del Mella, quando non riescono a svegliarlo dopo che si è bevuto un’intera bottiglia di ansiolitico.

La cornice del romanzo è il nostro Valdarno, che non ne esce benissimo ma neppure troppo male. E che credo valga anche come rappresentazione della provincia italiana e delle sue problematiche. Una provincia che è a due passi dalla città, in questo caso Firenze, ma anch’essa in fondo non appare poi così soddisfacente. Qual è il problema?
Credo che ci sia anche un problema di aspettative, non voglio fare il sociologo però credo che il problema a livello globale stia nel rapporto tra realtà immaginata e realtà oggettiva. Siamo in un mondo di rappresentazioni, e quindi è possibile che si possa, almeno inconsciamente, confrontare la realtà con cose che arrivano come rappresentazioni.
Per fare un esempio stupido: dato che sembra che la festa di Britney Spears sia dietro l’angolo, il compleanno del mio amico, che non gli somiglia per niente, può risultare molto triste. Insomma, ora abbiamo una percezione di tutto e questo svaluta la realtà locale, e poi probabilmente esiste anche un vizio di rappresentazione, che fa sì che la grande città venga sempre immaginata più simile a New York che a Firenze, e porti ad una visione distorta.
Per quanto riguarda la provincia, nel romanzo ho fatto una sovrapposizione di tutti i paesi del Valdarno, scegliendo come base Figline perché mi sembrava quello più adatto ad una certa visione, essendo quello più marcatamente “dormitorio”. Nel frattempo anche gli altri paesi del Valdarno si sono dormitorizzati e il tessuto sociale è cambiato rispetto a 10 anni fa, il momento baricentro per le vicende del romanzo. Montevarchi, Figline, San Giovanni, Terranuova… diventano un solo posto, un posto marginale, al quale in realtà voglio piuttosto bene, quindi penso di aver descritto il Valdarno semplicemente com’è, perché non l’ho mai odiato.
Anzi a Montevarchi fondamentalmente sono sempre stato piuttosto bene, e forse anche perché nel frattempo sono cresciuto sono stato molto più malinconico a Firenze…A Montevarchi mi sono divertito tanto, poi è chiaro lo starci più meno bene sono valutazioni personali, certo sfido chiunque a dire che questo posto è stimolante, cioè se lo stimoli può… anzi … mettiamola così: magari è stimolante sotto stimolanti.

C’è il manifesto di una generazione che serpeggia nelle parole dei personaggi, che si concretizza in quello di Iacopo che, all’inizio del libro, innesca retroattivamente tutto il meccanismo narrativo. Di quella generazione così pessimisticamente descritta e taglientemente colpita nei punti deboli, cosa si salva?. In definitiva cosa possiamo salvare delle vite, apparentemente dissolute, del Paride, del Mella, di Iacopo ecc…?
Prima di tutto una precisazione importante, chiaramente il manifesto è un anti-manifesto, perché oltre ad essere l’elenco di una serie di aspetti negativi, grotteschi e superficiali, non dimentichiamo che non è un manifesto ‘dell’autore’ ma di Iacopo, che è uno dei tanti personaggi nei quali l’autore si spande.
E’ significativo, inoltre, che di questo manifesto Iacopo ne stampi mille copie e poi ne attacca solo dieci, è un manifesto che quindi neanche si ha voglia di attaccare. In questo senso credo che il manifesto proposto dal Mella: una pagina bianca, sia ancora più pregnante.
In generale posso dire di avere una grande sfiducia nel genere umano, piuttosto che in questi ragazzi che ho raccontato, ai quali invece voglio piuttosto bene, e non è casuale il fatto che in fondo essi emergano nella loro umanità.
Volendo vedere il libro in termini moralistici essi sono migliori dei loro genitori sordi e ciechi… Penso di essere uno scrittore molto pessimista nei confronti delle persone, me compreso, e questo emerge in tutto quello che scrivo.
Però tra loro salvo quello che dicevamo prima sul vizio d’affetto, salvo i valori oggettivi, il fatto che in fondo sono delle persone intelligenti e per nulla senza valori come li vogliono far sembrare, è semplicemente che si muovono all’interno di una società del tutto sprovvista di valori e credo che, se paragonati alla società in cui si muovono dentro … essi siano dei santi.

Vanni Santoni vive e lavora a Firenze. Ha pubblicato racconti e reportage su “la Repubblica”, “il manifesto”, “Mucchio”, “Nazione Indiana”, “Mostro”, “Slipperypond”, “Terranullius”, “Re:vista”. È co-fondatore del progetto sic – Scrittura industriale collettiva. Firma una rubrica quotidiana sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”. Nel 2006 il suo libro Personaggi precari ha vinto il Gran Premio Scrittomisto.

Per seguire l'attività di Vanni Santoni:
sarmizegetusa - un blog di Vanni Santoni

Per acquistare il romanzo di Vanni Santoni "Gli interessi in comune":
Feltrinelli.it

Domenica 10 Agosto 2008  21:04


Nella foto: Vanni Santoni



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