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il Castello di Ferrara (foto: Stefano Liboni) Martedì 29 Gennaio 2008  13:58
COLAZIONE DAGLI ESTE
COLAZIONE DAGLI ESTE


Dalla Polonia Giorgio Monteforti ci parla di Ferrara durante il tempo degli Este.

VARSAVIA (POLONIA) - ...perchè se sono un corrispondente e lavoro come reporter invece di parlare di governi, economia, politica estera o che so io, sto qui a scrivere di Savonarola, di Lorenzo il Magnifico, dei papi simoniaci o dei antichi signori d' Italia?

Intanto la Polonia non mi fornisce piu' materiale su cui scrivere. Non perche' non accada niente, tutt' altro, ma perche' la Polonia adesso senza quei due puffi sta andando cosi' bene che si puo' solo osservarla e non raccontarla. Mi basta andare al bar della PAP (l' agenzia di stampa polacca) che funge da bar della stampa estera (in attesa che inaugurino il nostro) per capire che, il non aver piu' niente da scrivere, e' un male comune.

Tra i giornalisti stranieri c'e' chi si e' buttato sulle cronache di viaggio, chi batte le biblioteche in cerca di qualche documento inedito, chi si e' messo a scrivere sul comunismo, chi fa reportage sull' artigianato.
Il presidente della stampa estera, Jacek Wan, ha accettato l' offerta di un canale satellitare per una rubrica di cucina. In pratica va in giro per il mondo ad assaggiare questo o quel piatto. “Mi danno un fisso ma poi mi pagano a servizio” [lavora per una Tv giapponese n.d.r.] “e non so proprio cosa mandargli”. Cosi' si e' trovato un altro lavoretto. “Ho visto una delle puntate” gi ho detto io “sembrava interessante”. Wan era in uno dei ristoranti del nuovo Hotel a 7 stelle di Dubai. Mi ha guardato male. “Mi sono fatto le ossa nella ex DDR con la Stasi che mi spiava in casa con le microspie e ogni tanto mi sequestrava la macchina da scrivere. Pensi sia divertente per me fare il coglione in giro per ristoranti?”. Ehm ... no. Ma almeno mi sento piu' sollevato.

E poi nel giornalismo non e' una questione di che cosa si tratta, ma quanto universali e applicabili ad altri campi sono le domande a cui il giornalista cerca di dare risposta. Prima di tutto a se' stesso. E dunque ai lettori. Quello che e' importante e' continuare ad essere curiosi, a domandarsi continuamente perche' e a non darsi pace finche' non si e' giunti alla risposta. Che genera nuove domande, piu' complesse.

Anche Savonarola, anche i Medici, anche il Rinascimento possono fornire quelle risposte e sicuramente hanno ancora molto da dire e da insegnare. Basta volerlo cercare. E' cosi' che si cresce, nella vita come in questo lavoro. Altrimenti non rimane che vendersi.

I venduti sono proprio quelli che non si fanno piu' domande, che non hanno piu' curiosita', fantasia, voglia di conoscere, desiderio di imparare. Che poi, piu' che venduti, sono perduti. E finiti. Cercano la gloria nei modi piu' cervellotici possibili. Riescono ad arrampicarsi anche molto in alto ma piu' salgono e piu' rischiano di cadere e di rompersi l' osso del collo.

Per andare verso il cielo bisogna imparare a volare. Costa molta piu' fatica ed energia ma poi si puo' salire fino al sole senza paura di sfracellarsi. Ha ragione Oliviero Toscani quando dice che tutti quelli che comprano super macchine fotografiche, obiettivi, filtri e altre diavolerie in realta' tentano di supplire a una cronica mancanza di fantasia e di talento. Differenze tecniche a parte, si fanno grandi fotografie anche con una piccola macchina.

E' il fotografo e non la macchina a fare un grande scatto. E' il mio caso. Sono solo un modesto reporter alle prime armi: ma ho voglia di crescere e sono un dannato ficcanaso. Prima o poi faro' anch'io la mia fotografia da primo premio.

COLAZIONE DAGLI ESTE

L'odierna Ferrara ricorda solo vagamente lo splendore del tempo in cui era la capitale degli Este ovvero quando, agli inizi del '400, era un citta' con gia' oltre 100.000 abitanti e la sua Corte, continuamente oggetto di visita da parte di imperatori, principi e papi, era una delle piu' famose, se non la piu' famosa, d' Italia.

Rimane comunque il castello degli Este a testimoniare quella passata grandezza. E quell' asciutta e massiccia fortezza quadrangolare, con fossati e ponti levatoi ancora funzionanti, rende bene l' idea di che razza di tiranni (travestiti da signori) vivessero trincerati nel cuore della citta'.

In effetti, anche se oggi i sotterranei del castello sono diventati un' attrazione per turisti, all' epoca nessuno avrebbe mai vagamente pensato di farci anche solo una capatina perche' erano pieni zeppi di prigionieri in catene praticamente murati vivi la' sotto e, raccontano le cronache, i lamenti e le urla di dolore, nonostante le spesse mura, si sentivano anche dal di fuori.

Nel 1402 fu finalmente stabilizzata la posizione successoria di Niccolo III che poteva dirsi definitivamente e a pieno titolo Marchese di Ferrara e signore di Modena. C' erano voluti sedici anni di guerre, tradimenti e inganni per sbaragliare tutti i suoi avversari ma alla fine era riuscito nel suo intento di diventare signore assoluto della citta' e allora, ora che non c'era piu' da guerreggiare, comincio' a impegnarsi nell' aumentare il prestigio della sua corte.

Spese una fortuna nel dotare se' stesso e la citta' di nuovi e piu' splendidi edifici come il campanile della cattedrale, la chiesa di Santa Maria di Belfiore e la villa-castello di Belriguardo. E siccome era anche un amante delle lettere e delle arti, spese ancora piu' soldi nel circondarsi di artisti e di studiosi tra cui il nonno di Savonarola, Michele, famoso medico padovano o il grecista Guarino Veronese che, oltre ai suoi lavori accademici, si occupo' anche dell' educazione di Leonello e Borso, figli naturali del marchese.

I due ragazzi, anche se nati da una delle tante relazioni extraconiugali di Niccolo', stavano molto a cuore al padre che li aveva addirittura prima legittimati e poi nominati suoi successori ufficiali. Non perche' il marchese non avesse altri eredi, c'erano eccome, ma perche' Ercole, suo figlio legittimo e quindi naturale possessore dei diritti di successione, era nato nel 1431 e dunque all' avvicinarsi della morte del padre non era che un bambino. E con l' aria che tirava in Italia sarebbe stato poco saggio mettere a rischio la signoria affidandola a un bimbetto.

Cosi' nel 1441, quando Niccolo' mori', fu Leonello a ricevere titoli e onori anche se c'era poco da feteggiare. Il vecchio marchese infatti c' aveva visto giusto. L' estinzione della casata milanese dei Visconti, la rivolta di Milano, e le gelosie territoriali di Venezia e degli altri stati italiani di li' a poco trascinarono la penisola in uno stato di guerra totale-globale e non poche erano le pressioni perche' gli Este, a cui d'altra parte non interessava un bel niente delle guerre di vicinato, si schierassero con uno o con un altro dei contendenti.
Tuttavia Leonello (anche in questo il padre aveva visto giusto) riusci' non solo a rimanere neutrale e fuori dagli imbrogli, ma addirittura ad imporsi come mediatore tra principi in lotta o stati in battaglia tanto da guadagnare per Ferrara il titolo di “terra della pace”.

Ma, politica estera a parte, quello che veramente faceva parlare degli Este era la magnificenza della loro corte e soprattutto la loro fama di primi, veri mecenati italiani. Il Rinascimento, checche' ne dicano i fiorentini, comincio' proprio a Ferrara.

Leonello, che era anche poeta e compositore di orazioni latine e sonetti in volgare, mantenne e protesse alcuni tra i migliori letterati italiani come, oltre al suo maestro Guarino, il filologo Lorenzo Valla o il grecista Giorgio da Trebisonda detto Trapezunzio. Questa iniezione di cervelli fece volare il prestigio dell' Universita' di Ferrara (fondata dagli Este nel 1391) a cui Leonello, non contento, aggiunse anche l' Ospedale di Sant' Anna, uno dei primissimi policlinici universitari d' Europa.

Il lusso e il tenore della sua corte era tale che i festeggiamenti per il suo secondo matrimonio fecero spettegolare per anni tutta l' Italia. Eppure tanto splendore e munificenza non erano neanche lontanamente comparabili a quelle del fratello Borso che gli successe nel 1450.

Il nuovo marchese riusci' ad oscurare la fama del fratello con una girandola di spese che oggi considereremmo decisamente eccessive. Ma non folli. Fece ricche donazioni di tasca propria all' universita' per renderla ancora piu' importante, introdusse a Ferrara la nenonata arte della stampa, fondo' la Certosa come centro di preservazione del patrimonio culturale cittadino, fortifico' i bastioni sulle rive del Po' e riusci' persino a estendere il territorio del marchesato.

Borso era un signore della pasta dei Medici dunque, anche se aveva buone qualita', erano tutte improntate alla vanita' e all' ambizione personale. Ne e' un un esempio la sua (supposta) giustizia. E' noto che Borso difendesse ad ogni costo la legalita' e facesse in modo che la legge venisse strettamente osservata da tutti (da tutti meno che da lui si capisce) ma questo non perche' credesse veramente nella giustizia in se' quanto perche' amava il titolo de “il Giusto” con cui veniva spesso appellato proprio perche' patron della legge. Insomma il risultato era buono ma era la base di partenza che era sbagliata e quindi ne' lui era un vero “giusto”, ne' a Ferrara c'era vera giustizia.

Stesso discorso per le sue scelte politiche. Certo, e' vero che riusci' a mantenere la neutralita' e continuo' ad essere scelto come arbitro nelle dispute tra i vari stati italiani sebbene i conflitti, che erano scoppiati in Italia ai tempi di Leonello, avessero preso pieghe sempre piu' violente e Borso si fosse trovato a fronteggiare tempi ancora piu' difficili di quelli del fratello; ma e' anche vero che la sua tanto sbandierata accortezza, che gli permise di stare lontano dalle guerre pur essendo circondato da vicini belligeranti, altro non era che un cauto trasformismo che lo vedeva sempre pronto ad appoggiare le ragioni del piu' forte. Certo tenne Ferrara al riparo dalla violenza ma non perche' credeva nella pace ma perche' era un furbo opportunista.

Per questo si puo' tranquillamente dire che gran parte della fama di Borso come signore e capo di stato era tutta dovuta ai lussi e agli eccessi della sua corte. In questo si' che fu veramente imbattibile. La sontuosita' con cui accoglieva i suoi ospiti era, a dir poco, proverbiale; possedeva la piu' grande e rara collezione di manoscritti e di antichita' dell' epoca che tronfio mostrava ai suoi visitatori per impressionarli; era sempre vestito con broccati d'oro e gli abiti dei suoi cortigiani dettavano moda in tutta l' Europa.

L' eccellenza dei suoi falconi, dei suoi purosangue e dei suoi levrieri era qualcosa di mai visto fino ad allora e persino i suoi giullari erano famosissimi (Verdi si ispiro' proprio agli Este per il Rigoletto) tanto che le cronache delle feste alla corte di Ferrara venivano scritte e stampate a ciclo continuo e circolavano non solo in Italia ma anche al di la' delle Alpi. E ancora piu' lontano se i principi e i maraja indiani gli mandavano regolarmente ricchi doni credendolo il re di tutta l' Italia.

Proprio per questo, nel 1452, l' imperatore Federico III, con al seguito 2.000 tra dame e cavalieri, volle in tutti i modi fare tappa a Ferrara mentre scendeva verso Roma per andare a farsi incoronare dal papa.
Borso, alla notizia della visita imperiale, non solo non batte' ciglio (anche se c'era da dare da mangiare e da dormire praticamente a un esercito) ma, anzi, gli ando' incontro con tutti i suoi nobili e chierici e per dieci giorni consecutivi intrattenne gli imperiali ospiti con tornei, banchetti, balli e concerti.
Federico III rimase cosi' impressionato dall' accoglienza estense che, nel viaggio di ritorno, decise di conferire a Borso il titolo di “duca” e dunque i festeggiamenti furono reiterati ma su scala ancora piu' grande.

Nella piazza centrale di Ferrara venne eretto un sontuoso catafalco dove, al centro, fu fatto sedere l' imperatore bardato con un lungo mantello di ermellino e con in testa una corona del valore di 150.000 fiorini. Borso, tutto vestito d'oro e ricoperto di gemme, lo raggiunse partendo dal suo palazzo, seguito da tutti i nobili di Ferrara e tra due ali di folla in delirio che gridava “Viva Borso! Viva Borso! Viva il Duca!”.
Salito sul baldacchino, si inginocchio' di fronte all' imperatore e fu investito dell' ambito titolo. Poi cominciarono le feste che, neanche oggi, e' possibile quantificare quanto siano costate. All' erario ovviamente cioe' a tutti quei gonzi che gridavano “Viva! Viva!”. E questo era ancora niente.

La caduta di Costantinopoli nel 1453, l' avanzata dei Turchi e la conseguente minaccia alla cristianita', divennero argomento di grande attualita' in Italia e fonte di non poche preoccupazioni. Qualcuno parlava anche di “nuova crociata” ma solo a chiacchiere perche', sostanzialmente, non fregava niente a nessuno rintronati com' erano da “danze e banchetti, caviale e champagne” nonostante che il pericolo fosse, all' epoca (non oggi, con buona pace di Ratzinger), reale.

Qualcosa si mosse solo nel 1458 con Enea Silvio Piccolomini da poco eletto al pontificato col nome di Pio II. Il neopapa indisse, per l' anno successivo, un concilio a Mantova che, sotto la sua presidenza, avrebbe dovuto incitare le potenze cristiane a muovere guerra agli infedeli. Cosi' nella primavera del 1459 il papa si mise in cammino per Mantova con un corteo di una pompa incredibile e scortato da dieci cardinali, sessanta vescovi e un botto di principi e nobili secolari. Le citta' in cui si fermava facevano a gara a chi lo ricevesse con piu' lusso e splendore degli altri.

Il pontefice entro' a Firenze sulle spalle di Galeazzo Maria Sforza e dei principi Malatesta, Manfredi e Ordelaffi. La Repubblica fiorentina, che di solito i papi se li mangiava a colazione e per di piu' Pio II era un senese cioe' un nemico giurato, organizzo' una cosi' sontuosa serie di eventi che probabilmente neanche l' imperatore avrebbe potuto aspettarsi. Con tanto che degli imperatori, Firenze, se ne era sempre fatta un baffo.

C'e' da immaginarsi, dunque, se Borso si sarebbe fatto scappare un' occasione del genere. A Ferrara il papa fece il suo ingresso sotto un baldacchino di broccato d'oro e le strade, per le quali doveva passare, erano tutte ricoperte di tappeti e sparse di fiori. Dalle finestre pendevano arazzi preziosissimi e tutta la citta' risuonava di musica e canzoni. Quando Pio II raggiunse la cattedrale fu accolto dal solito Guarino che gli lesse una lunga orazione in latino piena di allusioni dotte e di complimenti per il papa. Degno antipasto di una intera settimana di bagordi di stato.

Finalmente Pio II, il 27 maggio 1459, arrivo' a Mantova dove fece sfoggio di tutta la sua eloquenza latina e commosse l' intero uditorio con la descrizione delle indicibili sofferenze patite dai cristiani a Costantinopoli. Ovviamente tutto quello che racconto' era inventato di sana pianta anche se i cristiani, laggiu', soffrivano davvero. Parlo' in latino anche Francesco Filelfo, che era stato ambasciatore di Venezia a Costantinopoli ma almeno trent'anni prima, e Ippolita, figlia di Francesco Sforza, che siccome non si sa cosa c' entrasse lei con i Turchi e le crociate, probabilmente la fecero parlare perche' il fratello si era portato il papa sulle spalle per tutto il tragitto.
Ma chi fece veramente i numeri furono gli ambasciatori greci che raccontarono, stavolta sul serio, le terribili miserie della loro patria e la feroce crudelta' dei Turchi.

Fu un attimo e tutti i principi italiani partirono a razzo con l' offerta di soldi e di uomini e naturalmente Borso fu quello che sparo' piu' in alto di tutti: 300.000 fiorini. Il doppio del valore della corona dell' imperatore. Ma il duca era stato piu' ganassa che generoso perche' sapeva bene che, come usa tra gli Italiani, tutti quei gran preliminari sarebbero finiti in chiacchiere e lui non avrebbbe tirato fuori un soldo.

Infatti anche se una promessa e' una promessa, per giunta davanti al papa, quando Renato d' Angio' tento', con una sconclusionata spedizione, di riprendersi il regno di Napoli che era in mano agli Aragonesi, tutti i signori Italiani fecero passare questo episodio, di per se' insignificante, come di importanza capitale per gli equilibri europei e, dicendosi impegnati a monitorare la situazione, ad uno ad uno si defilarono dall' impresa.
Per giustificarsi con l' opinione pubblica, che ormai aveva dato per certo che i loro sovrani sarebbero intervenuti per difendere i cristiani d' oriente, cominciarono a diffondere false notizie su inesistenti pericoli di invasione angioina dell' Italia.

Al papa, che in partenza sapeva che contro i Turchi gira gira non si sarebbe fatto niente, stava bene cosi'. Agli occhi del mondo il pontefice aveva fatto la sua parte e poteva dunque scaricare le responsabilita' del mancato intervento su qualcun' altro. Ovvero sul povero Renato d' Angio' che lo storico inglese Desmond Seward definisce come “il piu' spettacolare dei perdenti” di tutti i tempi.
In fondo Renato d' Angio', anche se maldestramente, aveva tentato di riprendersi quello che era suo perche' era lui il re di Napoli mentre gli Aragonesi erano degli abusivi usurpatori in barba al diritto internazionale. La mistificazione mediatica e la distrazione di massa, come si vede, sono una pratica molto piu' antica di quel che si crede oggi.

Il papa ritorno' a Ferrara nel 1460 e fu ricevuto ancora piu' splendidadmente della volta precedente. Il duca lo accolse sul Po' a bordo di una magnifica imbarcazione circondata da una miriade di barchette decorate con stendardi e rallegrate da musici e orchestrine e che occupavano tutta la larghezza dell' alveo del fiume.
A salutarlo, una moltitudine di bambini, tutti vestiti di bianco e allineati per chilometri sulle due rive del fiume. Nel punto, poi, dove il capo della chiesa cattolica avrebbe dovuto sbarcare erano state messe in bella mostra tutta una serie di statue di divinita' pagane (!) scolpite per l' occasione.

Borso mori' il 9 agosto del 1471 ma non fece in tempo a raffreddarsi nella tomba che il figlio di Leonello, Niccolo', e Ercole I (il figlio legittimo di Niccolo' III che ormai era diventato piu che maggiorenne), si contesero con le armi il ducato. La sorte giro' a favore di Ercole che, entrando in Ferrara da vincitore, fu portato in trionfo dalla folla e proclamato sovrano.
Contemporaneamente gli sgherri di Ercole, casa per casa, andarono a stanare i sostenitori di Niccolo' e, senza tanti complimenti, li giustiziarono in mezzo alla strada e sotto gli occhi di tutti. Il giorno dopo, per l' insediamento del nuovo duca, feste e balli andarono avanti con la pompa e la giovialita' di sempre quasi come se il sangue e le violenze di nemmeno 24 ore prima non ci fossero neppure mai stati.

Tale era la famosa, splendida e allegra corte degli Este. Tali erano i govenrnati d' Italia. E, senza neanche troppi distinguo, tali sono rimasti.

Giorgio Monteforti

Martedì 29 Gennaio 2008  13:58


Nella foto: il Castello di Ferrara (foto: Stefano Liboni)


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