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Il Poligono Sur rispetto a Siviglia (in blu a sinistra) Martedì 11 Settembre 2007  09:31
REPORTAGE ANDALUSIA: GLI ANGELI DEL "POLIGONO SUR"
REPORTAGE ANDALUSIA: GLI ANGELI DEL "POLIGONO SUR"


Ultimo articolo del reportage dall'Andalusia del nostro inviato Giorgio Monteforti, che ci "accompagna" dentro il "Poligono Sur": quartiere popolare, ghetto e inferno di Siviglia, dove non vanno neanche i tassisti e la polizia si avventura solo in tenuta antisommossa.

SIVIGLIA (SPAGNA) - Il “Poligono Sur” e’ oggi a tutti gli effetti un quartiere di Siviglia e neanche troppo in periferia. Ma quando nel 1963 fu progettato e inserito nel PGOU (Plan General de Ordenación Urbana) doveva starsene ben fuori.
Quattro chilometri e mezzo dal centro per l’ esattezza.
Li’, in case popolari costruite appositamente, sarebbero stati spostati i baraccati della citta’.
E sul finire degli anni ’60, con la fine dei lavori di edificazione della “Barriada De la Paz” (isolato della pace), furono consegnate le prime 1000 abitazioni e sgomberati i primi 3.500 poveracci.

Poi pero’ restava il problema delle famiglie povere del centro, molto piu’ numerose degli sfollati, e allora agli inizi degli anni ’70 si costruirono e inaugurarono al Poligono Sur la “Barriada de Nuestra Senora de la Oliva” e “Las Letanias” altri blocchi di case popolari rispettivamente da 6 mila e 4 mila inquilini ciascuno.
Quando ancora nel 1976 fu la volta di sistemare le giovani famiglie a basso reddito fu edificata la “Barriada Murillo”, una enorme distesa di case di 3mila unita’ abitative ribattezzate “las Tres Mil Viviendas” (comunemente dette “la Tres Mil”) che avrebbero potuto accogliere oltre 10mila persone e nel 1979 si aggiunsero altrettanti condomini con la Barriada Antonio Machado e quella Martinez Montanes che insieme ne potevano ospitare piu’ di 8mila.

A Siviglia c’e’ una data che viene considerata l’inizio della modernita’ ed e’ il 1992, l’anno dell’esposizione universale o, come si dice oggi, l’Expo.
Sulla citta’ piovvero 684 milioni di euro di investimenti e infrastrutture per accogliere in fase di costruzione 1500 tra architetti e ingegneri, 4000 professionisti, 6000 operai e in fase di apertura 36 milioni di visitatori da tutto il mondo.
Tra le grandi opere realizzate per l’evento c’e’ anche la nuova stazione ferroviaria di Santa Justa i cui tracciati cittadini sono tutti sotterranei.

Tutti meno quello che passa sul lato del Poligono Sur che invece e’ in superficie. Anzi si comincio’ a costruirlo sottoterra ma, in corso d’opera e non si sa per ordine di chi, venne demolito e ricostruito all’aria aperta su una enorme massicciata. La “Grande Muraglia” l’ha chiamata qualcuno perche’ taglia fuori il quartiere anche dalla vista della citta’.

Spiega Miguel Martínez López del dipartimento di Scienze Umane dell’Universita’ di La Rioja “negli ultimi anni stiamo assistendo a un processo di riabilitazione urbanistica dei centri storici di molte citta’ in ristrutturazione. Pero’, prima di tutto, la riabilitazione e’ un discorso che va a configurare un immaginario retorico di giustificazioni di politica blanda di rinnovo urbano e meccanismi decisionali molto gerarchici che si tenta di far passare come giustificati da un ampio consenso e partecipazione sociale [...] In verita’ il cambiamento viene imposto nelle citta’ industrializzate per pure strategie immobiliari che hanno come obiettivo la riqualificazione dei capitali privati e si traduce in una mobilitazione obbligata per le classi subalterne: una espulsione dal centro urbano, lenta ma efficace”.

In altre parole raggruppare le fasce piu’ povere della popolazione in quartieri popolari e tenerle fuori dalla vista della maggioranza dei cittadini serve, in campagna elettorale, a convincere in TV che questo o quel politico ha fatto qualcosa di veramente concreto per risolvere i problemi sociali.
Un assunto che si basa su elementi di psicologia spicciola: se non si vede chi sta peggio si ha l’impressione di stare tutti meglio.

Secondo Maria Rita Kehl, autrice di Etica e Psicanalisi (2002), “il linguaggio televisivo predomina nell’ organizzazione delle informazioni alle quali abbiamo accesso. Sono un collage di elementi immaginari che rimettono gli spettatori a un mondo di fantasia […] nel quale non esistono dubbi o incertezze e siamo tutti dispensati dal pensare. Il linguaggio televisivo ci infantilizza e l’ impatto delle immagini produce una falsa certezza che le cose sono come sono. Cosi’ l’ opinione pubblica prende parte a un banchetto totalitario dove tutte le alternative sono condite nei termini che l’ immagine comporta, dispensando la capacita’ umana di questionare le versioni ufficiali, creare fatti nuovi e inventare soluzioni per le grandi crisi sociali”.

Senza contare la possibilita’ che da’ l’edilizia popolare e cioe’ intascare milioni per se’ e per i propri clienti tra appalti, concessioni, consulenze, forniture.
Per queste bieche ragioni il Poligono Sur e’ nato ed e’ poi stato trasformato in ghetto. Un ghetto per le 32mila persone che ci abitano. Un ghetto per gitani (il 25% dei residenti), per lavoratori precari (l’82% della popolazione attiva del quartiere), per gli analfabeti (il 64% totali o funzionali) e i senza lavoro (il tasso di disoccupazione e’ al 40%).

“Il fenomeno di segregazione urbana non e’ niente di nuovo nella societa’. Nella Storia si possono osservare fenomeni simili nei quartieri mercantili o in quelli coloniali durante l’ espansione europea in America o ancora nei ghetti riservati a certi gruppi etnici in particolare durante il Rinascimento. A volte questa segregazione ha avuto anche vere e proprie forme fisiche nelle citta’ con la presenza di muri e di barriere.
Oggi il fenomeno e’ piu’ sottile e la segregazione e’ un prodotto delle potenzialita’ economiche personali. Una delle grandi citta’ dove la segregazione e’ particolarmente manifesta e’ San Paolo in Brasile.
Il centro e’ riservato alla borghesia benestante e a operatori del terziario in un paesaggio urbano dominato da enormi grattacieli.
La periferia invece, con le sue case tugurizzate e con nessuna o poche infrastrutture, e’ occupata da persone con scarsi mezzi finanziari.” dicono Méryl Jeannin dell’ Université de Neuchâtel e Miguel Alcolea Moratilla dell’ Universidad Complutense de Madrid Questa differenziazione residenziale che riproduce le categorie sociali (ricchi con i ricchi, borghesi con borghesi e poveri con i poveri) contribuisce a sostenere, invece di eliminare, le disuguaglianze.
L’isolamento della popolazione in quartieri separati non favorisce la conoscenza tra i distinti gruppi e alimenta comportamenti e pregiudizi che portano a percepire la citta’ come ostile, pericolosa e insicura quando non lo e’ affatto.

In un contesto di alta segregazione residenziale come a Siviglia, ma anche a Varsavia, a Napoli, a Parigi si innesca un “effetto vicinato” ovvero l’idea di essere sicuri solo a casa propria e circondati da propri pari cioe’ gente con le stesse disponibilita’ economiche. Un’ idea che invece di permettere lo scambio reciproco tra tutte le classi sociali da’ vita alla riproduzione intergenerazionale della poverta’ e della ricchezza ovvero i poveri non imparano niente dai ricchi e quindi rimangono poveri e sempre piu’ emarginati, i ricchi non imparano niente dai poveri e quindi rimangono egoisti e sempre piu’ lontani dalla realta’.

La gente del Poligono Sur ne sa qualcosa. Il 2 dicembre 1996 vicino alla Barriada de la Paz i residenti cominciarono a notare un gran via vai di ruspe e bulldozer. Siccome non era stato notificato nulla e nel cantiere non c’erano cartelli di nessun tipo qualcuno ando’ a chiedere spiegazioni direttamente in Municipio e venne a sapere che nel lontano 1990, senza avvertire gli abitanti del Poligono, era stata modificata una postilla del Piano Municipale ed era stato stabilito che in quell’area sarebbe sorto il nuovo “Punto Limpio” (punto pulito) della citta’ anche se in Comune nessuno sapeva o voleva spiegare di cosa si trattasse o a che cosa servisse.

Tocco’ ai giornalisti del quotidiano ABC scoprire che cosa fosse veramente il Punto Limpio: una discarica. Il bello e’ che i politici e i benpensanti del centro di fronte alle ovvie proteste degli abitanti del Poligono quasi si indignarono come se fosse normale avere una discarica sotto casa. Sotto casa degli altri pero'. In fondo a loro cosa importava: quelli del Poligono erano gia’ degli straccioni. Rifiuto piu’ rifiuto meno.

Fortuna che al centro del Poligono Sur, nel cuore della famigerata Tres Mil (qualificata da El Pais come una delle zone piu’ pericolose di Spagna), c’e’ la piccola parrocchia di Jesus Obrero. Fortuna non perche’ sia l’unica parrocchia del quartiere (ce ne sono altre due) ma perche’ e’ l’unica parrocchia nel quartiere affidata ai Salesiani ossia l’unica che col suo oratorio rappresenti una concreta alternativa alla strada per gli oltre 8mila ragazzi sotto i 24 anni che abitano al Poligono.
Non sara’ il Radio City Music Hall ma e’ comunque un qualcosa di eccezionale in quello squallido ambiente metropolitano fatto di incuria, miseria, cemento e spazzatura.

Don Pepe, il parroco, e don Ramon, il responsabile dell’oratorio, dedicano tutto il loro tempo e la loro vita al quartiere e ai bambini e ai ragazzi che ci abitano. Perche’ Ale, Victor, Conchita, Rocio, Jesus, Perla, Rosalia, Zapata, Fran, Jhonny, Juan Carlos, Deni, Limone e tutti gli altri sono piccoli angeli che non meritano di essere lasciati soli all’inferno, in quell’inferno.

Lo ha raccontato don Michele Ferrero, anche lui salesiano, a Italians del Corriere della Sera il 16 dicembre 2003 “[A Natale] la banda della mia scuola di Tainan (Taiwan) va a suonare a Taipei, e suona «I will follow you», la musica di «Sister Act», vi ricordate?, quella finta suora in America che cambia un quartiere con un coro. […] Sono ragazzi di una scuola professionale, meccanici ed elettricisti. Poca filosofia, Gesù bambino è «andiamo in gita a Taipei», che non è Betlemme, c'è anche il prete, che non è un angelo; ma in fondo neanche loro sono come i pastori. Ognuno ha il presepio che si merita. Suonano I will follow you, e non capiscono cosa vuol dire. Ma so che la mia banda è parte di un coro più grande. Lo so, lo credo, lo sento cantare. Ho anche uno studente di inglese che non è nella banda e non ha mai avuto una famiglia. Una madre forse sì, ma per poco. Mai un padre, mai un litigio tra fratelli. Una specie di nonna lo ha cresciuto senza badarci. Ora che ha sedici anni è abbastanza grande per lasciar perdere la nonna, troppo piccolo per vivere da solo, troppo solo per riuscire a scuola. Non è buono a niente, non studia, non sa giocare a pallacanestro, le ragazze non lo guardano, non riesce né a farsi accettare in una banda di teppisti né a farsi ben volere dagli insegnanti. Non ha ambizioni né bei ricordi. Abbiamo studiato gli aggettivi, ma ne ricordava solo uno, «happy». Non sa fare una frase negativa e l'unica cosa che ha scritto sul foglio d'esame è «I am happy» anche se non è vero. A Natale siamo tutti più felici, non c'è alternativa. Anche lui è parte del grande coro. Solista”.

Come quelli di Taipei, anche i ragazzi della Tres Mil vivono in una realta’ difficile. Il basso status economico, l’alta mobilita’ e l’eterogeneita’ etnica del Poligono Sur sono fattori strutturali del crimine, della conflittualita’ e dell’insicurezza che dominano il quartiere.
Per non parlare dell’esistenza di ampi gruppi di persone, come i gitani, vittime di gravi disuguaglianze e discriminazioni nell’ accedere alle opportunita’ e ai servizi offerti dalla societa’. Checche’ ne dica qualche politicante non e’ mai stato dimostrato che la poverta’ sia un fattore scatenante della delinquenza ma l’assenza delle istituzioni si’ che lo e’ perche’ in mancanza di condizioni di vita normali coloro che hanno maggiori capacita’ o capitale sociale si trasferiscono altrove e restano solo coloro che vorrebbero andarsene ma non ne hanno la possibilita’ e il quartiere finisce per impoverirsi e degradarsi sempre di piu’.
L’eterogeneita’ etnica allora invece di essere una ricchezza diventa un ostacolo e non per profonde differenze tra le culture ma per l’esistenza di stereotipi e pregiudizi reciproci negativi che aumentano l’ostilita’, il sospetto e i conflitti tra vicini.

E cosi’ nel Poligono Sur a volte l’orrore e’ la normalita’. Il 15 novembre del ’99 Francisco Javier Oliver Tinoco di 23 anni picchio’ a sangue con una spranga e uccise con una pugnalata alla gola la convivente Rafaela di 15 anni e al quarto mese di gravidanza. Poi si tolse la vita lanciandosi dal terrazzo di casa sua al settimo piano. L’autopsia confermo’ che era strafatto di cocaina. Ma non era finita qui.
La famiglia Tinoco chiese protezione alla polizia perche’ 3 giorni prima era accaduta una cosa simile e la famiglia della ragazza aveva cercato vendetta: c’era stata una sparatoria per strada e quattro feriti gravi. Il magistrato che si occupo’ di entrambe le indagini dichiaro’ alla stampa “li’ si uccide una persona e non succede nulla”.
Si riferiva alla 624 Viviendas, un isolato a due passi dalla Tres Mil, che e’ conosciuto come “Las Vegas” ovvero il supermercato della droga. Quaranta punti vendita tra spacciatori free lance e fumerie dove quasi esclusivamente si riforniscono i 30mila consumatori abituali di cocaina della citta’ come avverte in una circolare del 2006 il dipartimento di Drogodependencias y Adicciones della Consejeria de Igualdad y Bienestar Social di Siviglia.
La circolare traccia anche un profilo medio del cocainomane: tra i 30 e 40 anni, buon livello educativo, reddito medio-alto.

Insomma gli stessi che hanno segregato i poveri nel Poligono. Il quartiere si tiene criminali, spacciatori, prostitute, trafficanti e quello che ne consegue come sparatorie, regolamenti di conti, delinquenza minorile e loro in taxi arrivano, si fermano, si comprano la dose e poi ritornano a pipparsela nelle loro belle case del centro. Magari proprio in quelle tolte a chi, a suo tempo, e’ stato schiaffato alla Tres Mil.

L’oratorio pero’, come tutti gli oratori salesiani, e’ un posto sicuro. Non ci sono delinquenti, droghe, violenze, cattive compagnie.
I ragazzi trovano un ambiente sereno dove passare il tempo, giocare, imparare e lasciare fuori i problemi del quartiere.
Un sollievo per loro e per i loro genitori che lavorano tutto il giorno ma che non possono permettersi una baby-sitter e non vogliono che a pensare ai loro figli sia la strada.

E’ vero che i ragazzi della Tres Mil sono cresciuti in fretta e che, anche se anagraficamente molto giovani, sanno gia’ distinguere il bene dal male e spesso sono piu’ maturi degli stessi adulti che, come educatori, fanno volontariato alla parrocchia.
Pero’ il lato oscuro del quartiere, la poverta’, la rassegnazione, il nichilismo sono avversari subdoli e striscianti e per combatterli servono ben altre armi che il buon cuore, l’onesta’ e la sincerita’ che i ragazzi della Tres Mil, nonostante tutto, hanno in abbondanza. Per questo i padri salesiani fanno di tutto per proteggerli e per dar loro gli strumenti per difendersi dai mali della triste realta’ che li circonda.

Ma non sono solo la disoccupazione, la precarieta’, la droga e la delinquenza a minacciare il futuro dei ragazzi del Poligono.
Il loro vero grande nemico e’ l’abbandono scolastico che nel quartiere e’ una vera e propria piaga sociale. Il perche’ lo spiega Carlos Sánchez, in una pubblicazione dell’ Universidad de los Andes di Merida (Venezuela) dal titolo “la scuola, l’ abbandono scolastico e la lettura” del 2002.
“Le scuole che compongono il circuito di qualita’ sono in maggioranza private e care oppure pubbliche ma esclusiviste. Tra le tante caratteristiche che spiegano i loro buoni risultati bisogna segnalare che dispongono di un personale generalmente molto capace e un direttore che ne sa piu’ dei suoi insegnanti. [...] Il circuito del disastro invece e’ composto nella sua quasi totalita’ da scuole pubbliche di aree povere sia urbane che rurali. […] ed e’ qui che si soffre l’ abbandono scolastico. In forte proporzione i docenti che lavorano in queste scuole non sono ben preparati, hanno un basso livello di motivazione e come se non bastasse non dispongono di un direttore che sappia supervisionare direttamente il lavoro educativo. Nelle scuole del circuito del disastro il direttore assume una funzione quasi esclusivamente burocratica e spreca gran parte del suo tempo a risolvere problemi relativi a nomine e supplenze oppure a partecipare a riunioni distrettuali, settoriali o di qualche altra natura […] che gli impediscono di assumere una funzione supervisionatrice ammesso e non concesso che abbia la volonta’ di assumerla”.

E’ un fatto incontrovertibile, sebbene sistematicamente negato, che gli alunni dell’uno e dell’altro circuito sono differenti.
L’istituto nazionale di statistica spagnolo stima che il 90% degli alunni che entrano nel circuito di qualita’ finisce regolarmente gli studi superiori e un 50% prende una laurea.
Invece solo il 60% dei ragazzi del circuito del disastro finisce il liceo e appena il 10% ha i mezzi intellettivi per permettersi l’universita’.

Continua il professor Sanchez “l’abbandono scolastico si esprime in tre modi: il basso rendimento, la bocciatura e la diserzione. Tutte causate da un insufficiente padronanza della lingua scritta. I ragazzi hanno un basso rendimento durante tutta la carriera scolastica perche’ non dominano la lingua scritta e quindi non capiscono bene quello che leggono e non possono avere successo negli studi. Cosi’ ripetono una, due e piu’ volte e alla fine disertano (o per meglio dire la scuola li costringe ad abbandonare). […] I ragazzi che ripetono, statisticamente parlando, hanno il doppio o il triplo di probabilita’ di non finire la loro scolarizzazione di base. Ma quelli che ripetono non sono figli di medici, avvocati o di altri professionisti e nemmeno figli di commercianti facoltosi, di imprenditori o di proprietari terrieri. Sono i figli dei salariati piu’ poveri, di donne di servizio, di braccianti o di operai disoccupati. I ripetenti provengono dai settori piu’ vulnerabili della societa’.[…] I piu’ colpiti dall’ abbandono scolastico sono i ragazzi che arrivano a scuola con meno informazioni, con meno conoscenze, con famiglie che non possono contribuire finanziariamente e o intellettualmente al loro successo scolastico e coloro che hanno meno capacita’ di recuperare il tempo perduto. A tutto questo si aggiungono le difficolta’ materiali e la cultura della poverta’ che prevale intorno a questi ragazzi. Ecco la vera dimensione dell’ abbandono scolatico: l’ ingiustizia sociale”.

Ministri, assessori e provveditori non l’hanno ancora capito ma i Salesiani lo sanno da sempre e infatti all’ oratorio di Jesus Obrero due religiose, Mari-Angeles e Milli, entrambe insegnanti, portano avanti il doposcuola e coordinano i maestri d’appoggio volontari che seguono e aiutano i ragazzi negli studi. Con buoni risultati se il piccolo Alejandro di 9 anni durante un incontro di formazione alla domanda “che cosa vuoi fare da grande?” mentre gli altri dicevano il torero, il calciatore, la velina o la cantante lui ha risposto “voglio andare all’ universita’” o se Victor, che ne ha 13, conosce l’ inglese molto meglio del suo primo ministro Zapatero.

Se e’ vero quel che dice don Ferrero e cioe’ che “forse c'è una porta in Paradiso per gli amici di don Bosco” allora anche Ale, Victor, Conchita, Rocio, Jesus, Perla, Rosalia, Zapata, Fran, Jhonny, Juan Carlos, Deni, Limone e tutti gli altri, los ninos de la Tres Mil, i ragazzi dell’ oratorio di Jesus Obrero, troveranno sicuramente una loro dimensione di tranquillita’ e serenita’. E nella vita faranno qualcosa di buono, per se stessi e per il quartiere, perche’ come dicono loro “noi della Tres Mil abbiamo una fama terribile, ma alla fine siamo tutti brava gente”. E’ vero e chi nasce angelo non puo’ morire diavolo.

Quanto a me che li ho incontrati, li ho conosciuti, ho lavorato per loro, li ho accompagnati in campeggio e ci ho passato tutto il tempo libero della mia estate, non posso che associarmi a Lucio Dalla quando scrive “perche' io sento che/ son sicuro che/ io so che gli angeli sono milioni di milioni/ e non li vedi nei cieli ma tra gli uomini/ sono i piu' poveri e i piu' soli/ quelli presi tra le reti/ e se tra gli uomini nascesse ancora Dio/ gli ubbidirei amandolo a modo mio/” e “gli direi.../ i potenti che mascalzoni/ e tu cosa fai li perdoni?”

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Martedì 11 Settembre 2007  09:31


Nella foto: Il Poligono Sur rispetto a Siviglia (in blu a sinistra)


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