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Sabato 3 Marzo 2018  10:26

CARDINI PARLA DELL'EUROPA

Riportiamo da Barbadillo.it un articolo di Franco Cardini che ci sembra interessante nell'attuale dibattito critico sugli aspetti negativi dell'attuale assetto europeo.

Focus (di F.Cardini). Perché noi siamo “europei” e non occidentali Pubblicato il 2 marzo 2018 da Franco Cardini Categorie : Politica Continuano a chiedermi come faccia a dirmi europeista e ad essere tanto ostinatamente antioccidentale. Abbiate pazienza, ma ho scritto alcuni libri su questo: se v’interessa l\’argomento, leggeteveli. Comunque, pazienza: provo a riassumere. Fusse che fusse la vòrta bbona. La risposta alla domanda: che differenza c’è fra Occidente ed Europa risiede nel valore che noi attribuiamo al sostantivo “Occidente” e all’aggettivo “occidentale”. A livello e in senso storico-sociologico-filosofico, “Occidente” non è né un punto cardinale, né una condizione metafisico-metastorica. Già nell’antichità grecoromana nel medioevo, almeno fino dai tempi delle “guerre persiane” (vi rilegga la splendida disamina poetica che se ne fa ne I Persiani di Eschilo) l’essere “greco” o “persiano” indicava due differenti antropologie religiose, due diversi modi di essere sul paino dell’etica e dell’immaginario: tuttavia, il trasferimento delle virtù elleniche all’intera Europa e delle caratteristiche persiane all’intera Asia e le rispettive Weltanschauungen all’Occidente e all’Oriente avrebbe richiesto secoli di laborioso metabolismo culturale. Già ai tempi di Ottaviano e di Antonio, e poi a fortiori a quelli della distinzione teodosiana – alla fine del IV secolo – dell’impero romano tra pars Occidentis e pars Orientis, e poi dell’estensione della qualifica di “orientali” a tutti coloro che in qualche modo stavano al di là dei limites orientali dell’impero (e segnatamente ai “saraceni”, se tale nome deriva dall’arabo al-Sharq, appunto “Oriente”), essere e sentirsi “occidentali” e “orientali” implicava una diversità di fondo: ai primi del XII secolo, un cronista di condizione chiericale che aveva partecipato alla cosiddetta “prima crociata”, Fulcherio di Chartres, si serviva appunto di tale dicotomia qualificando quelli come lui, che venendo dall’Europa dopo l’impresa del 1096-1099 erano restati in Terrasanta, come degli occidentales che avevano scelto liberamente di divenire Ma la separazione definitiva, accompagnata da un arduo salto semantico, sarebbe giunta più tardi: per essa bisogna aspettare tre successivi eventi epocali: prima l’avvento dell’umanesimo e la rielaborazione umanistica della grecità (pensiamo soprattutto a un Enea Silvio Piccolomini); quindi l’avvìo del processo di conquista del pianeta e con esso di fondazione dell’”economia-mondo” e dell’economia asimmetrica di scambio tra l’Europa e gli altri continenti; infine la civilisation des Lumières e, in conseguenza di essa, la “nascita delle nazioni moderne”, che non a caso ebbe il suo culmine con la “reinvenzione dell’Ellade” al tempo della guerra del 1821-1829. L’Europa è altra cosa e altro concetto: per la tradizione grecoromana, essa è uno dei tre continenti nei quali sono ordinate le terre emerse. Fino dall’Alto Medioevo emerge, nella trattatistica, una “caratterizzazione identitaria”: l’Europa, patria di guerrieri e produttrice di armi di ferro, eccelle nelle virtù militari; l’Asia, dalla quale provengono le ricchezze (la “Via della Seta”), è il continente dell’opulenza; l’Africa (la saggezza dell’antIco Egitto) è il continente della scienza, del sapere, della magia. Il concetto di Europa non acquisita valenza autonoma fino al Quattrocento: essa coincide semmai con quello di “Cristianità latina”. Nel corso del XV secolo, è il geografp umanista Enea Silvio Piccolomini, poi papa Pio II, ardente sostenitore dell’idea di crociata, a sostenere che Europa e Cristianità latina coincidono: è ancora, ai primi dell’Ottocento, il parere di Novalis nel celebre saggio Christenheit oder Europa. Solo col “processo di secolarizzazione”, dal Sei-Settecento in poi, il concetto di Europa finirà col sostituire quello di Cristianità latina: Ma all’Europa non si riconosce mai un vero e proprio centro: essa resta semmai una pluralità (Massimo Cacciari l’ha definita un “arcipelago”). E’ dalle paci di Westfalia e dei Pirenei del 1648 e del 1659, cioè dalla fine della “guerra dei Trent’Anni”, che emerge lentamente il concetto di “solidarietà europea” come “accordo tra le nazioni” nel segno della tolleranza religiosa fra cattolici e protestanti: e pluribus unum. Vero è che, da quando l’Europa ha cominciato a espandersi, essa guardava all’Oriente: è noto che sia Cristoforo Colombo sia Vasco de Gama intendevano raggiungere le Indie, e che il Nuovo Mondo fu considerato a lungo il continente delle “Indie occidentali” e i suoi abitanti detti “indiani”. In altri termini, volendo espandersi a Oriente e conquistare l’Oriente, fu per caso che gli europei scoprirono l’Estremo Occidente e che a lungo quanto meno concettualmente lo trascurarono. Da qui il fatto ch’essi stessi presero a proporsi come “gli uomini dell’Occidente”, gli “occidentali”, e che a lungo resse l’equazione Europa = Occidente. Con l’orientalismo, vale a dire quell’insieme di gusti, di sensazioni, di mode e di fantasie che presiedette a una concezione immaginario-fantastica dell’Oriente e che aveva radici antichissime (fino dai racconti greci protagonista dei quali era Alessandro Magno) ma che, si precisò nell’Europa cinque-seicentesca, l’Europa si dotò di un elemento fondamentale della sua identità: il confronto con un Oriente ora reale, ora immaginato. Quando con al fine della prima guerra mondiale si cominciò a capire – e ovviamente lo capirono per primi i vinti – che l’era dell’egemonia europea sul mondo stava avviandosi alla sua conclusione, Oswald Spengler poté teorizzarne la fine in un libro “sbagliato” ma di grande fascino, Il tramonto dell’Occidente. Ma dall’indomani di quel conflitto prese avvìo, in sordina sulle prime e in termini sempre più chiari poi, la progressiva americanizzazione della cultura e del way of life europeo, caratterizzata da un individualismo ancor più marcato di quanto i più estremi teorici della società liberista non avrebbero mai concepito, da un forte disprezzo delle tradizioni e delle gerarchie, da un culto smodato per la “novità” fine a se stessa, da un crescente abbandono al circolo vizioso produzione-consumo-profitto. L’americanismo iperindividualista e iperutilitarista ha permeato di sé la civiltà occidentale, con un “balzo” nel secondo dopoguerra protagonisti del quale sul piano mediatico furono il cinema e la musica e che pose con arroganza il problema – già insito nella Modernità – del “superamento del limite”. Lo “spirito europeo” è altra cosa: è misura, è senso civico e senso comunitario, è rispetto non revivalistico né festivaliero delle tradizioni. Per questo, se Spengler poteva sentirsi europeo e quindi occidentale, oggi l’Atlantico si è fatto più largo e si può ben sentirsi fieramente europei ed europeisti e al tempo stesso non occidentali né occidentalisti, anzi addirittura antioccidentalisti. Perché oggi resto un europeista sfiduciato ma non sono tornato al micronazionalismo (che non è mai stato cosa mia)? Ho creduto anzi sperato, da giovane, che la millenaria storia d’Europa desse luogo a una diffusa e radicata coscienza “nazionale” europea, com’è accaduto negli Stati Uniti dove il concetto di “nazione americana” è ben solido, per quanto dati da meno di due secoli e mezzo or sono. Fra Sette e Ottocento, sembrava che ormai l’Europa fosse, nella pluralità delle sue istituzioni politiche, una cosa già fatta. I nazionalismi otto-novecenteschi hanno distrutto questa realtà, che le varie forme di europeismo non sono state capaci di ricostruire. Oggi mi accontenterei di una federazione o confederazione di stati europei: anzi, data la loro diversità e la loro incapacità di superarla, emersa negli anni recenti, mi accontenterei di una “confederazione”, alla svizzera. Ma vedo tutto ciò ancora molto lontano, se mai si affermerà la volontà di una sua realizzazione. Micronazionalismi ridicolmente risorgenti e populismi stanno remando contro questa debole possibilità futuribile: con incoscienza autolesionistica, dal momento che dinanzi alle grandi realtà sovranazionali i singoli stati europei non possono nulla. C’è chi oggi auspica una rinnovata “sovranità monetaria”: eppure in Italia non abbiamo neppure la sovranità militare, quindi nemmeno quella diplomatica, e in ultima analisi – di conseguenza – neppure la politica. L’Italia è occupata da decine di basi militari della NATO e degli USA e finge di non rendersene conto. Ma esiste uno “specifico” europeo di fronte alla pratica occidentale? L’Europa ha una sua tradizione di cultura e di libertà che si fonda sul suo passato, sulle sue tradizioni: ha sviluppato una cultura della solidarietà che nell’ultimo secolo circa si è espressa nello “stato sociale”, un’istituzione esemplare se confrontata per esempio con l’individualismo liberistico statunitense dove praticamente non esistono politiche comunitarie di previdenza e di sostegno ai ceti più deboli. L’Europa è il paese della libertà come partecipazione, non della libertà come corsa selvaggia al primeggiare e “scarto” dei più deboli Insomma, allora, che cosa servirebbe realizzare per cominciar una buona volta a “fare sul serio l’Europa”? Cedere a un organismo superiore – espresso dal comune volere dei governi, delegati dai popoli – la sovranità politica, quella giuridica, quella economica, quella militare: come dicevano i vecchi giuristi, l diritti “di bandiera”, “di toga”, “di moneta”, “di spada”, che dovrebbero divenir esclusiva pertinenza degli organismi di governo federale o confederale; mantenere come pertinenza dei singoli stati “storici” (che nell’eredità ottocentesca sono da considerarsi ancora “nazionali”) le prerogative amministrative secondo forme di autonomia che garantiscano le consuetudini del libero vivere civile. Ma che cos’avrebbero dovuto fare i governanti, e che cosa non ne hanno fatto? I ceti dirigenti dei singoli stati europei avrebbero potuto fare molto per l’unità europea diffondendone, articolandone e approfondendone il concetto attraverso un adeguato uso dei media e soprattutto l’insegnamento scolastico. Il fatto che ( a parte buoni progetti, come quello Erasmus) non si sia costruita, in oltre settant’anni, una scuola comune europea – con lo studio della comune storia europea invece di quella dei singoli stati, per esempio – è stata una delle principali ragioni del fallimento di quella falsa partenza dell’unità che è stato l’Unione Europa, in realtà solo un dispendioso e pletorico ente di coordinamento economico-finanziario. Il tentativo di costituzione europea si è fermato su un irrisorio cavillo, la questione delle “radici cristiana”: che è ovvio ci siano nel concetto d’Europa, anche se non sono le sole. La mancanza di volontà si è unita a quella di cultura nel far arenare n progetto appena avviato. Il “patriottismo della costituzione” sostenuto da Habermass è pura concezione astratta, élitaria, senz’anima: può esistere un’aristocrazia culturale per giunta provvista di qualche bene economico che si sente “europea”, ma ciò non entra nell’anima dei popoli. Da decenni siamo impegnati in guerre spesso “in conto terzi”, dai Balcani all’Afghanistan. Abbiamo avuto anche dei morti, tornati avvolti nella bandiera nazionale o in quella della NATO: chi ha mai visto un soldato europeo caduto rientrare a casa avvolto nella bandiera azzurro-stellata dell’Unione? Ma una patria che non ha martiri non è una patria: piaccia o no a Bertolt Brecht, i popoli hanno bisogno di eroi. E in Italia, cambierà qualcosa rispetto all’Europa all’indomani del 4 marzo, a seconda di chi vinca? Chiunque vinca (ma non vincerà nessuno e a breve torneremo alle urne) proseguirà nell’ambiguità, nel tira-e-molla, nella lenta destrutturazione: quello italiano, come tutti i governi dei paesi aderenti, continueranno a subìre l’Unione Europea fingendo di credere nella più o meno prossima unione politica della quale non ci sono neppure le premesse; la gente continuerà a fregarsene, salvo protestare di tanto in tanto. Di coscienza europea, si continuerà a non parlare nemmeno: pochissimi continueranno a sentirsi fieri di dirsi compatrioti di Goethe, di Mozart, di Shakespeare, di Cervantes, di Leopardi, di Hugo, perfino di Dostoevskji: ma chi pensa così è gente che politicamente non conta nulla. Ma non è nel vero chi sostiene che in fondo gli italiani sono affezionati all’idea di Europa? E di che cos’avrebbe insomma bisogno l’Europa per rilanciare il tema della sua unità politica e socioculturale? Non vedo questo attaccamento degli Italiani all’Europa. Vedo governi ormai assuefatti ai diktat di Bruxelles e di Strasburgo, vedo una “retorica in tono minore” che si esprime nelle onnipresenti bandiere azzurrostellate e nella musica – senza parole – della Nona di Beethoven. Vedo un parlamento europeo prolungamento dei parlamenti nazionali, vedo discussioni su bilanci, su deficit, su accorgimenti finanziari, su questioni fiscali, su transazioni commerciali e produttive. Ma non vedo l’Europa: non esiste nemmeno una festa “comunitaria” europea; nessuno ha mai pensato a un concorso per dare all’Inno alla Gioia parole diverse, che lo trasformino in un Inno Europeo; non c’è un esercito europeo (gli europei inquadrati nella NATO sono subordinati da Alti Comandi statunitensi); non c’è posto per l’Europa nell’ONU nonostante due membri permanenti del consiglio di sicurezza siano paesi europei; non ci sono rappresentanze di squadre europee nei giochi olimpici (le selezioni intraeuropee per organizzare le rappresentanze comunitarie sarebbero un “cemento” eccezionale); non esiste un turismo scolastico intraeuropeo (gli studenti europei vanno ad Auschwitz: ma ogni giovane cittadino europeo dovrebbe, con la sua scuola, visitare almeno le grandi capitali; puoi essere e sentirti europeo se non hai mai visto Roma, Parigi, Londra, Berlino, Vienna, Praga, Madrid?); esiste nelle scuole un generalizzato obbligo dell’inglese, ma un giovane cittadino europeo, inglese a parte, dovrebbe conoscere almeno la lingua, la letteratura e l storia di un altro paese europeo oltre al suo). Insomma, siamo ancora a prima dell’Anno Zero.
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